Una squadra di periferia, un documentario che la racconta, una straordinaria evasione dalla psichiatria delle porte chiuse. Il Gabbiano della Bufalotta, Roma
Qual è quella forza inspiegabile che stringe milioni di persone attorno al gioco del calcio sfidando fidanzate, pioggia, neve, vento e trasferte? Per capire la magia del calcio non basta guardare le partite via satellite o affollare le curve degli stadi «che contano», conviene piuttosto spingersi nei piccoli campi della periferia romana, dove i dipartimenti di salute mentale delle Asl organizzano da anni un campionato di calcio che per intensità, passione e agonismo non ha nulla da invidiare a quello dei Moggi e dei Galliani.
Quello che era un fenomeno sportivo minore, conosciuto solamente dagli addetti ai lavori, è diventato un caso nazionale grazie a «Matti per il calcio», film-documentario edito da Valter Casini e realizzato da Volfango De Biasi e Francesco Trento, un regista e uno scrittore che hanno sfidato–a proprie spese–tutte le regole dell’audience, dimostrando che la realtà fa sorridere e commuovere molto più della finzione. Le voci dei commentatori «mondiali» Caressa e Altafini e una intervista a Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma, arricchiscono il racconto per immagini, che ruota attorno alla squadra di calcio della polisportiva «Il Gabbiano», nata nel dipartimento di salute mentale della Asl Roma A. Oggi la polisportiva è affidata a Luca e Carlo, due ex utenti del dipartimento che ricoprono il ruolo di presidente e vicepresidente dopo aver vinto la loro sfida personale con la vita. Gli ingredienti che hanno trasformato due persone da aiutare in un aiuto per gli altri sono il calcio, la vita di squadra e l’incontro con altri al di fuori dei ruoli, dei rituali e delle gerarchie che tolgono efficacia alle strutture tradizionalmente dedicate alla cura delle malattie psichiche.
Sul campo di calcio di via della Bufalotta, a Roma, la malattia mentale diventa un fattore tutto sommato trascurabile, perché se sai tenere palla e il fiato ti regge, tutto quello che c’è scritto sulla tua cartella clinica passa in secondo piano.
«Con il passaggio in Rai siamo rientrati dalle spese–racconta Francesco Trento–ma da qui a portare a casa un reddito minimo ce ne corre, soprattutto se tieni in considerazione il mancato guadagno che deriva dall’esserci fermati due anni per amore di questo progetto. Ma se tornassi indietro lo rifarei, perché le soddisfazioni che ci ha dato questo lavoro vanno al di là della sfera economica. Tra queste soddisfazioni c’è anche il premio ‘l’Altropallone’, che nel 2005 era stato assegnato a Thuram e prima ancora a Gino Strada, Javier Zanetti, Gianni Mura, lo stesso Tommasi». Francesco, che prima di affermarsi come scrittore ha un passato come allenatore di squadre giovanili, condivide la passione per il calcio con Volfango fin dalle prime partitelle giocate assieme da ragazzini. Una febbre che riescono a trasmettere attraverso le immagini del film e che contagia anche chi non è appassionato di pallone.
È così che la voglia di raccontare in un articolo questa bellissima calcio-terapia ti porta con il taccuino in mano sugli spalti della polisportiva durante gli allenamenti del «Gabbiano», in un tranquillo lunedì pomeriggio di periferia. La ruggine sui cancelli, il campo di terra malandato, qualche nuvola di passaggio costruiscono lo scenario perfetto per un po’ di calcio vero, dove ognuno si scontra con i propri limiti e i propri acciacchi, e anche Mauro Raffaeli, lo psichiatra/co-allenatore/promotore della squadra, diventa un giocatore come tutti gli altri.
Chi scopre la magia di questo calcio a misura d’uomo ne resta catturato, come è accaduto a Ivan, operatore sociale che ha iniziato la sua attività in un centro diurno e che ora condivide il suo destino con quello del «Gabbiano», seguendone da vicino l’attività e gli allenamenti, in qualità di giocatore e di animatore della squadra. «Ho capito che questa era la mia strada già a venti anni–racconta Ivan–quando su un autobus sono stato riconosciuto e abbracciato da un ragazzo con problemi psichici che mi conosceva, e che era stato preso in giro dagli altri solo per avermi dimostrato il suo affetto. È così che sono entrato a far parte della squadra del Gabbiano, e devo dire che qui mi trovo meglio di come starei in una squadra di prima o seconda categoria».
Tra gli addetti ai lavori non è stato facile far accettare la valenza terapeutica del calcio, soprattutto negli ambienti della psichiatria, dove si cede più facilmente alla tentazione di scorciatoie fatte di farmaci e strutture/ghetto. Ma dopo l’inizio dell’attività calcistica, la media dei ricoveri è crollata vertiginosamente, segnando la differenza tra chi lotta da solo con il proprio disagio e chi lotta in una squadra che dopo il fischio d’inizio getta alle spalle tutti i problemi dei singoli per un obiettivo comune.
E nell’albo d’oro della polisportiva Il Gabbiano non c’è solo il calcio: c’è anche la vittoria all’ultimo campionato nazionale di Volley organizzato dalla Uisp e dai Dipartimenti di salute mentale.
L’intuizione di usare lo sport come strumento per stimolare e dare prospettive di futuro alle persone con disagio mentale è di Mauro Raffaeli. Lo psichiatra che è stato affiancato in questo sforzo dal «mister» Gigi Cialani, ex calciatore nel Verona. Insieme, hanno aperto una strada pionieristica, arrivando là dove nessuno aveva mai pensato di spingersi, e hanno trasformato la «calcioterapia» in un oggetto di studio per documentari, tesi di laurea, dibattiti specialistici nel settore psichiatrico. «Sant’Agostino–racconta il dottor Raffaeli–diceva che nutre la mente solo ciò che la rallegra.
Al di là del tecnicismo psichiatrico fatto di diagnosi e cartelle cliniche, ho cercato di creare uno spazio dove rispondere al disagio psichico con attività piacevoli, cercando tutto quel che si può fare con gli altri, tra gli altri e in mezzo agli altri. Il problema attuale della psichiatria–spiega–è quello della deistituzionalizzazione. Le risposte al disagio psichico non vanno cercate nelle strutture che ripropongono muri e divisioni, ma in un territorio capace di fornire a questo disagio delle risposte e delle attività esterne, che vanno dal calcio alla biblioteca a qualunque altro tipo di iniziativa in grado di rompere i muri di separazione e abbattere lo stigma sociale, creando integrazione e meccanismi virtuosi. Noi cerchiamo di organizzare qualcosa che sappia di normalità, e abbiamo trovato nel calcio uno strumento eccezionale per questo scopo. Quando gioco con i ragazzi del Gabbiano io non sono ‘in’ servizio, ma mi sento ‘al’ servizio dei ragazzi che hanno trovato nel calcio uno spazio per star bene».
Trasformare questa intensa esperienza umana in un documentario non è stato facile, soprattutto in un ambiente professionale ostile all’innovazione. A spiegarlo è Volfango De Biasi nel corposo booklet allegato al dvd, un libretto che da solo vale il prezzo dell’opera per le analisi lucidissime con cui i due autori stracciano i veli di ipocrisia che circondano la malattia mentale, il calcio e il settore cinematografico. «È curioso come essere di sinistra sia diventato un lavoro per ricchi–osserva De Biasi–Infatti è molto difficile accedere a finanziamenti e sovvenzioni per produrre materiale di interesse sociale. Primo, perché i fondi destinati a queste attività sono davvero pochi e, secondo, perché quei pochi vengono assegnati spesso per coscrizione. In Italia ci avviamo sempre più verso una gerontocrazia di fatto, in controtendenza con il resto del mondo. Essere indipendenti e raccontare quello che ci piace non è facile–conclude il regista–La cosa difficile non è vincere o perdere la scommessa con il pubblico, ma proprio avere o meno la possibilità di farla».
Fortunatamente Volfango e Francesco hanno tirato dritto, e oggi il risultato della loro scommessa «da matti» è uno spaccato di vita umano e profondo, un film capace di far nascere in chi lo guarda allegria e speranza.
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