Avventure in bianco e nero

Bonelli, il papà di Tex Willer, ha creato nel dopoguerra la più grande casa editrice del genere più popolare in Italia. Il figlio Sergio ha seguito le sue orme. In quest'intervista a Carta racconta i segreti di Via Buonarroti e il futuro del fumetto.

Bonelli
Sergio Bonelli

In un tempo lontano in cui Sergio Bonelli era un giovane rampollo che con la madre mandava avanti la piccola casa editrice di famiglia, e scorrazzava per le strade di Milano con una vecchia e sgangherata lambretta, da un disegnatore all’altro carico di sceneggiature e tavole originali. Erano le prime strisce di Tex, che costavano appena 15 lire. La guerra era finita da poco e come sempre accade, dopo ogni grande tragedia, c’era voglia di guardare avanti verso orizzonti lontani e sconosciuti.
«La nostra abitazione in via Rubens, a Milano – racconta Sergio Bonelli –, già piccola per la vita quotidiana della nostra famiglia, fu trasformata in redazione e, giorno dopo giorno, divenne un vero e proprio punto d’incontro per tutti i collaboratori, che spesso facevano onore alla cucina di mia madre e rimanevano a chiacchierare con mio padre (il mitico Gianluigi, ndr.) sino a tardi, mentre io li guardavo e li ascoltavo con reverenza e ammirazione».
Bisogna aspettare il 1961, per vedere Sergio Bonelli all’opera come sceneggiatore, quando compare il primo numero di Za-gor-te-nay, che in un improbabile dialetto indigeno significa Lo spirtito con la scure. Le storie, firmate con lo pseudonimo di Guido Nolitta, dirottano la lettura fuori dallo schema classico dei tanti fumetti western. «Cominciai a richiamare alla memoria i personaggi e le situazioni avventurose che, nei miei anni giovanili, mi avevano emozionato, impaurito, divertito, e novello dottor Frankstein, misi mano alla costruzione, pezzo per pezzo della mia creatura». La nascita di Zagor.
In tutti questi anni l’Italia è cambiata. Le rivolte studentesche degli anni 70, la bologna di Bifo e Pazienza. Il cinema di Sergio Leone e la crisi letteraria, lo strapotere della tv, di nani e ballerine, e poi la morte di Gianluigi Bonelli e di Aurelio Galleppini. Epoche diverse che hanno modificato il volto del paese, in ognuna delle quali, Bonelli, ci ha riempito, senza sosta, di tante meraviglie. Da Mister No a Martin Mystére, Dylan Dog e Nathan Never, Julia e Dampyr, Napoleone e Brandon.
Oggi, Sergio Bonelli è un distinto signore, un oratore eccezionale, che per merito di quella gentilezza e di un proverbiale savoir faire che lo contraddistingue nega con modestia di essere un intellettuale. Questo colto e gentile signore resta oggi l’ultimo baluardo dell’editoria popolare, l’ultimo grande editore di fumetti italiano. Mentre tanti, troppi, chiudono bottega, e mettono in soffitta baracca e burattini, mascherando l’incapacità di emozionare i lettori con la solita crisi dell’editoria, Bonelli combatte ogni crisi e resta al suo posto con milioni di lettori pronti a seguirlo in ogni nuova e sconosciuta avventura.

I tempi e le mode cambiano ma Tex è sempre lo stesso. Ci sarà un giorno in cui nel vecchio West potranno fare a meno di lui?

Secondo me, quel giorno si sta avvicinando molto più rapidamente di quanto si aspettino i lettori che, come Lei, ci vogliono ancora molto bene. Per mille motivi, tutti giustificati e comprensibili per un attento e informato studioso del problema.

Zagor, il suo primo personaggio, è secondo in longevità solo a Tex: raggiungerà tra poco il cinquecentesimo numero. Ma, fuori della cerchia dei lettori, passa inosservato. Perché?

Non ne sono sorpreso. I due personaggi hanno percorsi del tutto diversi. Bonelli padre, convinto sostenitore dell’eroe tutto di un pezzo, si è rivolto ad un pubblico più maturo, attento a un realismo “western”. Tex, come i classici eroi, si propone come paladino dei grandi innegabili valori. Al contrario Zagor, essendo diretto fin dal primo numero a un pubblico più giovane e sognatore, non si vergogna di essere poco più di una favola: la fantasia delle storie non si pone limiti passando dal western all’horror alla fantascienza.

Nel fumetto italiano, come in quello americano, la spalla dell’eroe è sempre dello stesso sesso. Perché?

Il fumetto italiano è sempre stato pensato per un pubblico maschile. Inevitabile che gli eroi e spalle più o meno comiche fossero ideati come espressione dell’amicizia virile, suggerita anche dal cinema avventuroso dell’epoca. Agli sceneggiatori quindi la figura della donna poteva apparire utile come “fidanzatina rapita”, “moglie curiosa” oppure “maliarda traditrice”; tutti ruoli stereotipati. Insomma gli sceneggiatori ritenevano che il pubblico (maschilista a oltranza) non apprezzasse una forte personalità femminile che stesse alla pari con l’eroe. Ricordo però che Gino D’Antonio nell’ormai lontano 1984 lanciò la sua sfida proponendo una serie western intitolata Bella e Bronco in cui la protagonista femminile era più interessante del suo compagno di avventura. La serie costituì un tale “fiasco” da scoraggiare ogni altro nostro esperimento futuro.

Oggi anche le autorità riconoscono il grande contributo culturale dei grandi maestri del fumetto. Uno di questi era suo padre

L’antico pregiudizio contro i fumetti è andato sgretolandosi da una ventina di anni: l’interesse e gli interventi degli antichi lettori diventati giornalisti o comunque personaggi importanti della cultura, o della politica hanno riconosciuto dignità e rispetto per il nostro lavoro. Non a caso musei prestigiosi non esitano a ospitare esibizioni di autori di “comics”."

Quale è la giornata tipo di Sergio Bonelli?

Il mio ruolo prevede contatti con stampatori e distribuzione che però non sono molto frequenti. Leggo e correggo tutte le pagine di tutti gli albi: discuto con gli autori dalla mattina alla sera. L’intervallo di colazione è sempre comunque dedicato al fumetto: siedo a tavola con qualche autore “in visita”, oppure con qualche collaboratore interno che debba affrontare una decisione importante. Di tanto in tanto una riunione di carattere amministrativo mi riporta brutalmente alla realtà di una azienda che, pur creando dei sogni, deve fare i conti anche con la dura quotidianità del denaro.

Tre fumetti a cui non rinuncerebbe?

La prima avventura dell’Uomo Mascherato, il viaggio in una moneta di Brick Bradford e Topolino nella Legione straniera.

Nanni Moretti, rcenetemente, ha parlato di “Italietta”. Resta ancora qualcosa di buono in questo paese?

Non sono un intellettuale e di conseguenza non mi è facile intuire le motivazioni del severo giudizio da Lei citato. Dal canto mio, come attento osservatore del costume, non posso che registrare il progressivo, inesorabile imbarbarimento della società italiana. Ci resta davvero ben poco di buono e tutti i mezzi di comunicazione sembrano aver rinunciato al loro naturale compito di educazione al buon gusto e alla civiltà.

Il fumetto italiano è in crisi. Lei ha chiuso qualche serie ma continua ad essere il numero uno. Il segreto?

L’accanimento con cui insisto a proporre nuovi titoli pur essendo consapevole dell’inarrestabile declino delle vendite è dovuto a un fatto personale. Da mezzo secolo, mi occupo di fumetti e negli anni buoni ho avuto modo di conquistare una certa solidità economica: quindi, adesso mi sto semplicemente concedendo qualche “rischio” prima di arrendermi.

Da studente passava molte giornate nei cinema milanesi. Consiglia ai giovani di fare altrettanto?

Ai miei tempi il cinema costituiva l’unico mezzo per passare dalla letteratura all’immagine. Oggi i lettori di fumetti possono migliorare la loro condizione culturale nei modi più diversi. Personalmente però continuo a considerare lo schermo come un nostro compagno di viaggio.

Tra vent’anni in via Buonarroti troveremo robot e computer che sfornano fumetti?

Non riesco a pensare a una creatività basata robot e computer. Tra vent’anni in Via Buonarroti ci sarà un’agenzia di viaggi o l’abitazione di una famiglia: i fumetti saranno soltanto un nostalgico ricordo. Qualche ricco annoiato, di tanto in tanto, proverà a mettere in circolazione un libro a fumetti, così come oggi certi poeti o scrittori dilettanti mettono mano al proprio portafoglio per stampare le loro opere.

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