Per tutti quei lettori incalliti di Julia e Dylan Dog, il nome di De Nardo non ha bisogno di nessuna presentazione. Perché a questo affascinante e colto professore che sembra uscito da un romanzo di Grisham, per certe fattezze di mistero e di genio che gli appartengono tutte, le storie da raccontare non sono mai mancate. Dal 1995 in poi, anno in cui ha messo piede negli uffici di Bonelli, ha scritto decine di episodi memorabili per due personaggi che ormai si trovano anche nei libri di testo delle scuole.
Durante l’intervista, ho provato a punzecchiarlo un po’ su quella fatica di scrivere sempre sullo stesso copione, una fatica che sembra appartenere a molti suoi colleghi. Con tradizionale ed invidiabile calma, De Nardo non ha fatto neanche una piega. Già, perché quando un autore di talento come lui ha qualcosa da dire riesce sempre a trovare la soluzione giusta. Un po’ come accade in tutti quei rompicapo strambalati di cui è appassionato De Nardo. Perché quando lui scrive è come se fosse davanti alla scacchiera di un gioco da tavolo. Riesce a muovere tutte le pedine nella giusta direzione, soprattutto se si tratta di Re Dylan o di sua Maestà Julia.
Da architetto a sceneggiatore di fumetti. Hai lasciato il certo per l’incerto. Il sicuro per l’insicuro. Chi te l’ha fatta fare?
C’è stato un momento in cui, contemporaneamente, andavo a scuola, sceneggiavo, redigevo perizie giurate e seguivo la preparazione per gli esami di alcuni studenti universitari. È stato una decina di anni fa. Erano i tempi di Billiband. Non poteva continuare. Ho dovuto scegliere. Ho lasciato l’architettura, senza rimpianti. Credo che oggi non ci sia più niente da costruire: c’è già troppo cemento. Così, ho scelto di dividere il mio tempo tra l’insegnamento e la sceneggiatura. Due lavori bellissimi, che si completano.
Ci si stanca a scrivere sempre sullo stesso copione?
Se il copione fosse sempre lo stesso, sì. Fortunatamente, Dylan è un personaggio che lascia tantissima libertà creativa. Non scrivo mai la stessa storia e non la scrivo mai allo stesso modo. Poi, magari, quello che scrivo non piace, ma questo è un altro problema. Se posso, cerco di evitare lo schema classico: prologo con efferatezze di vario genere, Dylan a colloquio con un cliente (più spesso una cliente), altre efferatezze durante il corso delle indagini fino al finale risolutore. Non perché non sia funzionale, ma perché preferisco puntare sui personaggi e sulle relazioni che si stabiliscono tra i personaggi, non su una trama predeterminata. I miei soggetti non definiscono rigorosamente la struttura narrativa della storia. Fissano pochi punti relativi al tema e ai possibili sviluppi. Il resto è tutto da scoprire in fase di sceneggiatura.
Hai una grande passione per la musica. Cosa ascolti?
Di tutto. Non mi fossilizzo.La sceneggiatura mi ha allontanato per un lungo periodo dalla musica. Quando scrivo ho bisogno di silenzio. E’ nel silenzio che nascono i dialoghi. Da qualche anno, per ovviare agli effetti negativi di una vita troppo sedentaria, ho preso l’abitudine di fare lunghe passeggiate pomeridiane, munito di lettore e cuffiette. C’è in giro un sacco di roba nuova interessante, del tipo Sigur Ros, Porthishead e Radiohead, che alterno alle composizioni minimali di Mychael Nyman, Yann Tiersen e Philip Glass.
Il migliore disco degli ultimi vent’anni?
Incapace di rispondere.
La musica ti aiuta a scrivere?
No. Assolutamente no. L’ho detto prima. O sento musica o scrivo.
Il miglior film?
Altra domanda difficilissima. Di recente ho visto Il Caimano, che è una delle pellicole di maggiore respiro tra quelle girate da Moretti. Un bel film, a prescindere dall’accento politico, che esprime lo spirito autentico dei tempi che viviamo. Guardando più indietro, tra quelli italiani, mi sono piaciuti: L’ultimo bacio (tanto) e i film di Virzì (è l’erede autentico della commedia all’italiana, che amo perdutamente). Tra gli americani, tanti i film spettacolari, che riempiono gli occhi, ma anche qualche deliziosa chicca. Di recente mi ha intrigato «Eternal Sunshine of a spotless mind» (una sceneggiatura bellissima), uscito in Italia con il brutto titolo «Se mi lasci ti cancello».
Se De Nardo fosse il protagonista di un film chi sarebbe?
Una comparsa.
Se dovessi raccontare a fumetti, un episodio della tua vita, quale racconteresti?
Nelle storie di Billiteri ci sono tante cose che appartengono alla mia vita di studente universitario. Cose capitate a me o a altri. Una fonte inesauribile di idee e di spunti potrebbe essere il mondo della scuola. Ci vivo. Conosco certe storie.
Chi è stato il tuo maestro?
Sono un autodidatta.
Qual è il tuo fumetto preferito?
Jacovitti, da sempre.
Quello più brutto, quello che non faresti leggere neanche al tuo peggiore nemico?
Non ho nemici. Perché dovrei farmene?
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