Vi racconto Dylan Dog

Lei dice che non è il suo tipo. Sarà pure vero. Sarà tutta una colossale sciocchezza da sbattere in cronaca rosa, ma se per un motivo qualsiasi, Paola Barbato avesse bussato alla porta di Dylan Dog, lui se ne sarebbe innamorato perdutamente. Perché Paola Barbato ha lo stesso fascino di tutte quelle donne meravigliose che Dylan incrocia sempre ovunque egli vada. Ha capelli neri e lunghi che scivolano attorno ad occhi scuri e belli e se la vedi passeggiare per strada, la prima cosa che pensi è un fumetto di Manara diventato carne ed ossa.
Quando le parli scopri che ha un passato da attrice. Una carriera iniziata al Piccolo di Milano e poi buttata a mare come una vecchia bottiglia piena di ricordi, perché la sera ha voglia di chiudere la porta di casa e dormire nella sua tana. Una storia fatta di passioni e rinunce che lei non rimpiangerà mai perché alla fine sul palcoscenico c’è ancora. Nascosta dietro la quinte, come un regista che continua a raccontare le sue storie senza imbrattarsi il viso di matite e cerone.
Scrive storie per Dylan Dog e quando le parli del suo lavoro sembra tutto così semplice, che per un attimo ti viene voglia di provare a fare la stessa cosa.Quando le chiedi se ogni tanto c’è qualcosa che la ispira, allora ti dice con semplicità che no, non c’è proprio nulla dietro le sue storie.Le idee vanno e vengono ma quando arrivano, arrivano da sole. Chiedersi come nascano quelle storie così belle è un po’ come chiedersi se c’era prima l’uovo o la gallina. Un piacevole spreco di tempo a cui non puoi rinunciare.

Pochi sanno che sei anche un’attrice. “Dieci” in recitazione con il grande Strehler, hai partecipato anche a «Scherzi a parte», come mai hai lasciato la recitazione?

Se fossi vissuta a Roma o a Milano o in qualsiasi città con Teatro Stabile allora avrei cercato con tutte le mie forze di entrarvi. Dopo la scrittura, la recitazione è per me la cosa più bella e naturale che ci sia. Ma c’è un problema: la mia idiosincrasia per i viaggi. Ho lavorato in teatro (la mia passione vera, tv e – pochissimo – cinema – da comparsa – erano palliativi) da professionista per poco tempo, e la prima tournée mi ha stroncata. Non sopporto gli spostamenti, ho bisogno della tana in cui rientrare la sera o la notte o anche il mattino dopo. Vivere da nomade non fa per me. Ho provato, ma alla fine il mio malessere era talmente forte che guastava la gioia della recitazione. Per questo ho mollato.

Quando hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto, finchè la mamma di un mio amico non mi ha spinta a cercare di pubblicare. Così ho composto una raccolta di racconti, l’ho consegnata ad ogni editore esistente (le risposte erano sempre le stesse: «Bellissimo, ma non rientra nelle nostre linee editoriali») e anche alla Sergio Bonelli Editore. I racconti erano surreali, grotteschi, speravo me ne acquistassero uno per farne un soggetto per Dylan Dog. Invece Mauro Marcheselli, curatore della serie, ha intravisto delle potenzialità nella mia scrittura e mi ha chiesto di provare. È andata bene e lo sto ancora ringraziando.

C’è qualcuno che consideri come un maestro?

So che suona presuntuoso, ma la risposta è no. La tecnica di sceneggiatura me l’ha insegnata Mauro con l’ausilio di una sceneggiatura di Tiziano Sclavi, e poi ho imparato a lavorare lavorando, tant’è che sbaglio ancora (ma sono migliorata). Per la scrittura scrivo da sempre. Maestri proprio non ce ne sono stati.

Cosa ti affascina di Dylan Dog?

Come donna nulla! Non è il mio tipo, assolutamente. Amo molto l’atmosfera che si respira nei suoi albi. Un’atmosfera “possibilista”. Tutto viene messo in dubbio, c’è spazio per sogni e incubi, per soffermarsi a guardare la realtà da un’angolazione atipica, alternativa. Lui è un personaggio che funziona proprio perchè a dimensione umana: lo dico sempre, è una persona, non un personaggio. Non è un eroe, è un uomo, con i suoi difetti, le sue fisime, i suoi limiti. Ha un carattere perfettamente definito e coerente con se stesso. Chiunque lo legga può prevedere la sua reazione ad una determinata situazione come accadrebbe con un amico. E poi ha il coraggio di avere ancora degli ideali, che di questi tempi…

Non gli cambieresti proprio nulla, neanche la giacca? Un particolare qualsiasi?

Carogna come sono gli cambierei tutto. Ma allora non sarebbe più Dylan Dog. Quindi cambio tutto intorno a lui, ma Dylan deve restare Dylan.

Come nascono le tue storie, sei ispirata da qualcosa, film, racconti?

Salvo quando mi vengono commissionate (il seguito di, oppure un numero celebrativo) le idee arrivano da sole. Andare a cercarle è inutile, assolutamente. Mi ispira tutto e non mi ispira niente. È il bello e il brutto di questo lavoro. Poi all’interno di una storia è sempre bello citare film o racconti o fatti realmente accaduti. Basta che si tratti di citare, non copiare.

Sei al lavoro su un numero importante di Dylan Dog, quello del ventennale che uscirà ad ottobre, ci dai qualche anticipazione?

Mi volete morta? Dico quanto mi è consentito: l’idea base è di Tiziano Sclavi, che ha voluto dare uno scossone alla serie con una scelta ardita, si svolgerà in due albi entrambi a colori, e dopo di essi la serie non sarà più la stessa. O forse invece sì.

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