Se non ci fosse stato avremmo dovuto inventarlo. Ma chi ci sarebbe riuscito?
Andrea Pazienza era, è stato e resterà per sempre uno degli artisti migliori del novecento. Andrea pazienza è stata una lucida follia, rapida e veloce come una meteora che passa ogni mille anni nel cielo scuro di sempre. È apparso, ci ha illuminato e se n’è andato via lasciando una luce di capolavori e magie. Una traccia indelebile, come quella che lasciavano i pennarelli con cui amava lavorare. Una pista che molti si affaticano a seguire ma che nessuno coprirà mai fino alla fine, perché il suo talento era unico e irripetibile.
Ci ha lasciato il coraggio di osare, ci ha fatto vedere che si può disegnare in mille infiniti modi e arrivare sempre dritto al cuore della gente, perché l’arte, quando è arte davvero, non si inerpica per strade tortuose, ma corre dritta e veloce verso il cuore come una spada. Corre sempre, senza fermarsi mai.
Roberto Benigni, qualche tempo fa, ha detto che «Andrea Pazienza era l’albero del paradiso. Ci ha fatto intravedere la bellezza e poi ha chiuso tutto, però ci ha lasciato dei frutti proibiti e noi ce li siamo mangiati».
Oggi continuiamo ad assoporare quei frutti, hanno lo stesso buono odore di allora, perchè hanno il magnifico dono di non sentire lo scorrere del tempo. A distanza di quasi vent’anni dalla morte di Andrea, Marina Comandini continua ad occuparsi del lavoro del marito. Libri, mostre, convegni. Lo fa con un gusto unico, che quando c’è la sua mano, ne fiuti subito l’impronta.
L’abbiamo intervistata per scrivere un ricordo, per scavare dentro l’anima di questo grande artista, se mai fosse possibile scavare dentro l’acqua, perché «Andrea è il mare», è così che ti risponde Marina quando le chiedi del marito. Un oceano di passioni e ricordi, due grandi braccia che ti portano via. Punto di partenza verso terre lontane.
Lei ora vive tra Chiusi e Chianciano, circondata da cipressi e querce secolari, sovrani e regine di quella natura che con i suoi lunghi rami sale verso l’alto e abbatte ogni confine tra la terra e quel cielo meraviglioso della toscana. Ed è solo quando metti piede su quella terra, che capisci la scelta di un uomo. Abbandonare la città e le sue tristi meraviglie per vivere insieme alla donna che ami, circondato soltanto da quegli invidiabili pennarelli che hanno fatto la storia.
Andrea Pazienza è sempre stato un mito per moltissime persone. Oggi lo è ancora di più. Era consapevole del suo genio?
Andrea sapeva bene chi era. Basta leggere la postilla di Pompeo per capirlo. Quando dice «sono sempre in grado si stracciare il novanta per cento dei vostri». Era il migliore di tutti, e lo sapeva. Però apprezzava moltissimo tanti altri autori come Robert Crumb o Carl Barks. È stato anche influenzato da Moebius a cui rende omaggio in alcune tavole di «Penthotal». E comunque il suo lavoro era influenzato da tantissime altre cose, come il cinema, il teatro, la musica.
Il suo successo sembra uguale soltanto a quello di una rockstar: Non c’è mai stato un momento di difficoltà?
È successo nell’ultimo periodo della sua vita. Era vicino ai trent’anni e soffriva per questo cambio di situazione umana, non era più un ragazzino e il mondo stava prendendo una direzione nuova. Si sentiva molto demotivato dal continuare a fare fumetti, perché capiva che dall’altra parte non c’era più un pubblico che recepiva le cose come avrebbe dovuto.
Era molto inquieto rispetto a questo e molto probabilmente avrebbe cominciato a fare cinema. Avrebbe trovato di sicuro dei sistemi per comunicare, ma diversi dal fumetto.
Chissà dove sarebbe finito…
Odiava la fatica. Si definiva “pigro e inaffidabile”. Come passava le sue giornate?
Si svegliava molto presto. Si alzava dal letto tutto pimpante, mi sparava le prime quattro cavolate, mentre io ero ancora a letto. Erano le prove generali di quello che avrebbe scritto durante il giorno.Vedeva l’effetto che mi facevano, se svenivo direttamente oppure ridevo. Poi dopo la colazione c’era sempre una grande enfasi verso i momenti quotidiani della giornata come controllare i cani, fare una passeggiata nel bosco, fare la spesa, prepararci il pranzetto e poi lavorare. Lavorare era una delle ultime cose della giornata. A volte iniziava anche il pomeriggio, ma l’ho visto tantissime volte iniziare una storia a mezzanotte, senza avere nulla in mano, e la mattina dopo trovarla sul tavolo ormai pronta, finita. Non a caso, si definiva un’artista “Eclettosfaticato”, era talmente dotato che aveva bisogno di pochissimo tempo per portare a termine le proprie cose.
Perché la gente continua ad amare le sue opere a distanza di tanti anni?
Andrea ha la caratteristica di essere senza tempo. Ci sono vignette che ha scritto vent’anni fa che varrebbero per la situazione politica di oggi che pure è cambiata. Ci sono cose che ha scritto che sono state capite solo oggi. Il vuoto che si sente e la grossa mancanza di chi è cresciuto con le sue cose è non avere più la sua opinione sui fatti che accadono. E poi perché era un genio. Tu perché continui a guardare le opere di Picasso?
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