In ricordo di Riccardo Mancini

Negli anni ’80 compariva spesso su il manifesto una strana firma, Erremme Dibbì: percorsi, recensioni e provocazioni intorno alla fantascienza. Quel buffo nome era il mix delle iniziali di Riccardo Mancini e Daniele Barbieri ma chi leggeva lo ignorava. Così una volta arrivò una lettera che iniziava «gentile signorina Erremme». Ne fummo felici, perchè se due maschi mostrano una sensibilità femminile devono solo rallegrarsi. Una volta ragionammo che a scrivere insieme tanto spesso [sul manifesto e poi altrove] era come fosse nata un’altra persona, con due teste – che spesso litigavano come nel romanzo «Universo» di Heinlein – e quattro mani, con idee nuove e stile diverso sia da Rm che da Db.
La buona fantascienza, diceva Riccardo, non è solo gradevole da leggere ma ci serve perchè «è un grimaldello per scardinare il presente». Citando la frase simbolo del centro sociale Leoncavallo–ripresa da «Sul filo del tempo» di Marge Piercy–«per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo».

Per anni io e Riccardo abbiamo scritto di «science fiction» ed altro, gomito a gomito. Poi siamo restati amici [compagni e fratelli] ma era difficile lavorare insieme con in mezzo centinaia di chilometri e un mare di impegni. Un anno fa scovammo un po’ di tempo e scrivemmo «Di futuri ce n’è tanti: istruzioni per uscire da un presente senza sogni». Io ero contentissimo ma Riccardo già annotava piccoli errori e lacune, pensando al seguito.

Non lo potremo fare il seguito perché Riccardo è morto, pochi giorni fa, d’improvviso a 65 anni.

Quel che lascia è tantissimo. Una bella biografia: l’impegno in Lotta Continua, nei movimenti e nella Cgil, poi giornalista contro-corrente e bravissimo formatore. Ha fondato la sezione romana del Cicap [Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale], cioè gli «acchiappa-maghi», gli «smaschera miracoli». Nel ’97 costruisce Avverbi: 60 libri «dalla parte della ragione e della scienza fra cui »«Cervelli in gabbia», «Piramide d’oro», «Pescatori di anime», «Fandonie», «Menti in ostaggio», «Fatima senza segreti», «A caccia di Et», «Le nuove leggende metropolitane: manuale per detective anti-bufale». Nel 2002 inventa «La città tuscolana», mensile gratuito dell’area intorno ai Castelli romani. Ultimamente, nel poco tempo libero prendeva appunti per due libri che voleva scrivere: un saggio storico e un vocabolario romanesco. E voleva tradurre racconti di Sturgeon, rimasti scandalosamente inediti.

Riccardo non c’è più. Ci ha imbrogliato perché aveva promesso a molte e molti–«cittadini senza naso» ma anche sgamati campagnoli – di insegnare come si trovano, riconoscono e cucinano i funghi. Lo perdoniamo perché ci ha dato tanto altro. Quando il dolore finalmente si metterà un po’ da parte, sarà bello ricordare Riccardo con un sorriso. Un’amica ha detto che lui sarà presente in tante cose da fare e tante saranno le cose che si faranno proprio per lui. Io avrò in testa Riccardo anche nel semplice riferire una storia, perché lui tanto era rigoroso negli articoli [per anni ha scavato nelle truffe prendendosi denunce e minacce ma nessuna condanna] quanto era creativo nel racconto orale: era un «signor 30 per cento» perché il suo piacere di raccontare e di «migliorare i nudi fatti» spesso arrivava a cambiare il 70 per cento del piccolo evento iniziale. Un giocoliere, un incantatore.

Come cantava Violeta Parra, che Riccardo amava, «grazie alla vita che ci ha dato tanto»; dunque grazie alla vita che ci ha fatto incontrare Riccardo. Senza di lui il mondo sarebbe stato più disperato o più grigio per molte persone.

Da Il manifesto, 10 gennaio 2008

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