«La Sèllera drillava nel gibonzio / e lillera trocchiava i saltarelli / quando s’apperta un Sàrchiapo a guidelli / che frusco frusco incalla un sonibonzio. // “Boffa che ti riboffa, Selleretta!” / narisca drillo il Sàrchiapo lignoso / e clòrida la Sèllera al trangoso / lo gnasca e poi s’arrulla fragnoletta. // Un Trallo che lì andava zanigando / s’apperta allora rallo ai floridizi, / e frusco anch’egli sfungica nel brando // sguinciando tralleroni nei quintini. / E il Sàrchiapo bitonto, tonfolando / dà al Trallo ed alla Sèllera i canizi».
Avete capito qualcosa? Un dialetto ignoto – o è Ascanio Celestini con raceudine? – quanto ritmico? O forse un’epidemia colpisce le parole che conoscete? Fuochino, vi state avvicinando alla verità. Questa poesia [per l’esattezza «Il Sàrchiapo, la Sèllera ed il Trallo»] è nelle pagine finali di «Esperia» [Gaffi editore: 164 pagine per 8 euri e 50 centesimi] di Graziano Graziani. Con il successivo poema degli Allorquando è la seducente e palese dimostrazione dell’esistenza di «esserini di incerta forma che si infilano come un fluido nelle orecchie dei viaggiatori e lasciano pruriti d’inspiegabile natura». In particolare gli Allorquando «amano ruzzolare nelle parole scritte e parlate, palleggiare con le lettere e invertire le punteggiature […] Dopo il passaggio degli Allorquando si trovano qua e là pezzi di parole smontate e rimontate, e lo stesso vale per i significati, che vengono rivenuti a brandelli, o addirittura fusi con altri significati che nulla hanno a che vedere con quello originale». Un sorridente «terrorismo semiotico».
Anche se la fantascienza non c’entra, la città di Esperia appartiene alle mappe del fantastico. «Ha molti nomi. Uno per ogni lingua […] e infine uno per ogni linguaggio interno di ogni singolo uomo». Ma le zone di confine, i «varchi» fra Esperia e gli altri luoghi «vengono spesso scambiati dai viaggiatori per qualcos’altro: stordimenti momentanei, stati di irrequietezza o confusione, addirittura per piccole allucinazioni». Qui vivono esseri misteriosi e invisibili come appunto gli Allorquando, i Pixeliti o gli Enumeratori. Ben difficile raccapezzarsi nella non-geografia di Esperia visto che la frontiera talvolta «si spande a chiazze» sul corpo dei viaggiatori ma fortunatamente i più coraggiosi potranno ora farsi guidare da Graziani sino allo scopo finale di ogni vero esploratore: perdersi finalmente nel davvero incomprensibile.
Esperia è anche il contenitore di altre storie che si svolgono nei centri commerciali, nei frigoriferi, in una coperta, in un telefono o in una poltrona. O in una porta dove il terrore è assoluto proprio perché fatto di nulla. Conoscerete il Poliglotta, il Divoratore di libri, la «Mamministrazione», un tenero Inquilino ma soprattutto i Corridori e «il killer ideale» dove davvero Graziani tocca la genialità.
Due critiche sono possibili, a essere cattivelli. Non tutti i micro-racconti sono della stessa intensità e novità. Forse le troppe cornici nuocciono alla lettura. Però questi due difettucci si dimenticano subito perché quelle 7-8 volte che Graziani centra il bersaglio ha la genialità di un Cortazar [quello dei racconti di Cronopios e Fama….] e/o la leggerezza di un Calvino. E vi garantisco che in queste ultime frasi non hanno messo il becco gli Allorquando. Che io abito purtroppo a Imola mica a Esperia.
Una domanda maligna: ma questo Graziani non collabora a Carta e dunque Barbieri non si sarà fatto influenzare dalla conoscenza-vicinanza? La risposta è: questo esordio di Graziani io lo trovo eccellente; se non mi fosse piaciuto avrei taciuto, odio le marchette.






