Seconda generazione

Si chiama Amir Issaa, è italiano, vive a Tor Pigrattara, periferia romana, e la polizia lo ferma in continuazione per chiedergli il permesso di soggiorno. Ed è il primo rapper ital-qualcos'altro

Amir
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Parlare con Amir vuol dire essere travolti da un fiume in piena di parole e riflessioni a cuore aperto. La compartecipazione alle sue storie ed al suo rap scatta istantaneo e sentirlo parlare e cantare di suo figlio, di suo padre, della sua attuale compagna, ti mette a contatto con un orizzonte culturale ed umano dove si mischiano lingue e sentimenti, tradizioni e malcostumi [l’accezione negativa è un triste appannaggio italico] arabi, eritrei, ebraici ed italiani. Lo abbiamo incontrato in un caldo pomeriggio estivo a Trastevere, Roma, in occasione dell’uscita del suo disco.

Come è nato il tuo nuovo cd, «Uomo di prestigio»?

Nasce indipendente con l’appoggio di un etichetta canadese di un mio amico, la «Prestigio records», che mi ha messo a disposizione una piccola cifra per realizzare l’album, e mi ha messo in contatto con diversi artisti canadesi. Il disco quindi era già chiuso ben prima dell’arrivo della Virgin. L’ho fatto come lo volevo io, non avendo ancora il contratto con loro, anzi, senza nemmeno la prospettiva di firmare per una major. Loro poi, a disco già chiuso, hanno voluto solo farlo «suonare meglio», dandomi la possibilità di andare a New York per masterizzare il tutto da Chris Athens [storico produttore rap, Ndr,] e qui in Italia di lavorare con Bassi Maestro, che ora dal vivo è il mio dj. Questo passaggio a una major, dopo l’indipendente Vibre Rec., lo vedo come una possibilità. Vediamo che succede. Io in quest’album ho solo voluto raccontare la mia vita.

Perché secondo te una major si è interessata a te?

Perché le piace la mia musica e perché sono figlio di un immigrato, nato italiano di seconda generazione, ed è una cosa nuova, che in Italia ci sia un artista che venga da questa situazione. Èuna novità qui, ma all’estero, vedi in Francia, è normale. Là i rapper figli di immigrati ma nati in Francia sono arrivati alla terza generazione, ormai.

Sei molto critico nei confronti del modello culturale italiano di accoglienza dei migranti e dei loro figli, vero?

Secondo me, in Italia, non siamo ancora pronti per un vero melting pot. Io, per capirci, sono italiano, però spesso non vengo trattato in quanto tale. Solamente per il mio cognome, Issaa, la polizia, se mi ferma, mi tiene fermo un’ora in più rispetto al necessario. Si fa ancora fatica a capire che Amir Issaa e Mario Rossi hanno un documento italiano e sono nati entrambi in Italia. Il bello è che poi mi chiamano per il militare o per votare!
Alcuni amici miei, figli di eritrei nati in Italia, si vedono chiedere in continuazione il permesso di soggiorno. Io sono nato a Torpignattara, che a Roma è una delle zone a più alta concentrazione di immigrati. E amo quel posto, perché girando per le via non si capisce se stai in Italia o nel Bangladesh. Durante un’intervista uno mi ha chiesto «dove vai a vivere se fai i soldi?». All’incrocio tra via Casilina e via di Torpignattara, gli ho risposto ridendo, dove gli immigrati, magari anche senza permesso di soggiorno, durante i mondiali feteggiavano la vittoria dell’Italia con i colori della bandiera dipinti in faccia. E dove l’immigrato non è costretto a fare il lavapiatti per lavorare, ma apre un’attività.

In Francia è un fenomeno che esiste da tempo. Perché hanno un modello di integrazione migliore?

No, assolutamente. La tendenza là è quella di creare ghetti nelle banlieues, non facendo così sentire francesi tutti quei ragazzi che poi con il tempo hanno delle crisi d’identità fortissime. La loro identità è azzerata, perché vivendo così non sono né marocchini né francesi.

Tutte queste considerazioni le hai messe nel disco?

Sì. In quest’album per la prima volta ho solo voluto raccontare la mia vita. Fino ad ora facevo rap autoreferenziale, ma sempre e solo a livello di «stile». Un hip-hop classico, per capirci, dove si può anche parlare di una storia d’amore, ma non avrei mai parlato di una «mia» storia d’amore. Questa volta ho sentito l’esigenza di scrivere di certe mie esperienze, come terapia, proprio.

Ci racconti come nasce un testo commovente come «5 del mattino» e quando hai deciso di scriverlo?

Mio padre ha fatto dentro e fuori dal carcere da quando avevo due anni fino a quando ne avevo diciotto. Le guardie sono venute più volte a prenderlo a casa per portarlo via. Molte volte ero troppo piccolo per capire. La canzone racconta dell’ultima volta, dopo la quale mi ritrovai solo in casa, quando per la prima volta portarono via anche mia madre, che non c’entrava nulla, che aveva sempre lavorato crescendo me e mia sorella da sola e che per un errore si fece due settimane di galera. Mio padre, poi, l’ultima pena di quattro anni l’ha scontata ingiustamente, e per questo è in attesa di risarcimento. Una cosa che mi ha fatto riflettere sui «marchi a vita» che ti devi portare addosso per i pregiudizi delle persone e dello Stato.
La voglia di raccontare tutto questo mi è venuta per la prima volta l’anno scorso, quando venni invitato a fare un concerto a Rebibbia, in occasione della presentazione di un documentario di Ivano De Matteo, «Codice a sbarre». Girando all’interno del carcere rivedevo i posti dove da piccolo ero stato mille volte quando andavo a trovare mio padre, e vuoi per questo, vuoi per alcune scene del documentario legate alla mia vita, quella sera mi sono messo a piangere. Quella sera stessa è nato il testo di «5 di mattina», con il quale volevo che tutti i miei amici e i miei parenti sapessero di mio padre e di me. Dj Shocca poi ha solo trovato la base giusta.

«Straniero nella mia nazione» come è nata?

Il titolo è innanzitutto un omaggio ai Sangue Misto. Ora mi sento più io straniero di quanto non lo erano loro. Vivo in Italia, sono nato qui, e vengo comunque trattato da straniero. Dentro il brano poi c’è un campionamento nella base fatta da Bassi di Akim, che è un cantante di musica popolare araba famosissimo e importantissimo tra la sua gente e non solo. Quando l’ho detto a mio padre non c’ha creduto per una settimana! In progetto c’è una riedizione del pezzo con lui presente a cantare il ritornello.

Ti interessa o ti spaventa che i ragazzi possano prenderti come un modello per quello che scrivi?

Vedi, non ho mai fatto rap con l’intento di cambiare il mondo, ma la mia vita e quella delle persone che ho più vicine, mia madre, mio figlio. Poi, se qualcuno si riconosce nei miei testi e magari trova la forza di reagire, come mi scrivono alcuni ragazzi figli di immigrati, sono contento più di mille classifiche. Ma il mio intento non è quello di salvare il mondo, ma me, mio figlio e mia madre. Il mio sogno è avere una casa per me e mio figlio e poter fare il lavoro che più mi piace tutti i giorni, in studio di registrazione.

Perché, secondo te, molti cantanti rap sentono il bisogno di ostentare ricchezza, sfoggiando gioielli e
macchine costoste?


Ice-T [famoso rapper americano, Ndr.] scriveva che nel ghetto i neri hanno talmente poco che le loro automobili sono le loro scarpe, mi spiego? Aggiungo che, per quanto mi riguarda, sono figlio di un arabo che mi ha trasmesso il classico gusto per la cura e l’ostentazione di quel che si ha quando ci si può permettere solo quello. Queste due cose per me e nel mio rap vanno di pari passo. Di certo non passo dalle «fighe e dai soldi», e ad oggi giro con 8 euro in tasca.

Tags assegnati a questo articolo: migranti, musica, periferie

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