Il fascino arcaico di Madre Natura

Il regista racconta la sua Medea, figura primordiale che incarmna la Natura contro imeccanismi del potere maschile. Lo spettacolo sarà in scena a Terni.

Studiosumedea
Nicole Kehrberger in scena

L’ultima fatica di Antonio Latella, «Studio su Medea» – a Terni dal 26 al 30 di settembre – è una drammaturgia di immagini e movimenti, nati da un training fisico collettivo. E una spiazzante prova d’autore, perché il teatro di Latella è un luogo estremo, spazio mentale aperto dove il linguaggio nasce e rinasce, insidioso ed estraneo, e allo stesso tempo profondo e sferzante come il segno di una verità perduta, di un atto sacrale. In «Studio su Medea», diviso in tre capitoli, Latella scarnifica il testo per fare del mito una figura primordiale: genesi di uno stato magmatico dove la quasi nudità degli interpreti ci immerge in un «eden» in cui si innescano le dinamiche relazionali della famiglia: desiderio e violenza, potere, sopraffazione, rapporti civili, l’educazione dei figli.

Da quale necessità nasce la tua Medea?

Volevo confrontarmi con la tragedia dal punto di vista della nascita: del teatro, della civiltà. Partire dal mito e quindi dalla nascita dell’alfabeto, che è la prima cosa che ci viene insegnata e con cui comunichiamo. Solo così la parola diventa una necessità. Le poche cose che gli attori dicono è come se le partorissero. E così acquistano forza. Era importante partire da qualcosa di arcaico, e con Nicole Kehrberger, la protagonista, abbiamo scelto il greco. Poi, via via, recita anche in italiano e in tedesco. È stata lei a chiedermi di fare Medea, e ha coinciso col fatto che stavo lavorando su degli appunti scritti da ragazzo dopo aver visto a scuola il film di Pasolini.

Hai scelto di lavorare al di fuori delle «leggi» della produzione. Perché?

Non volevo essere condizionato da niente. Abbiamo affittato un centro sociale e lavorato un anno. Ma le prove sono state di 15 giorni, con più di 4 ore di materiale poi tagliato. Volevamo farlo vedere e l’occasione si è presentata al festival delle Colline Torinesi. Aver scandagliato il linguaggio dei corpi è stato, nel risultato, spiazzante e commovente. Gli attori, che si espongono per tre intense ore, sono straordinari.

Ci si accorge che sono nudi solo quando si vestono, «costretti» in un involucro…

L’idea era proprio questa. Ognuno di loro cerca di mettere all’altro un abito. Come fa il padre infilando i pantaloni da militare al figlio maggiore. Sono abiti realizzati con dei ritagli che rappresentano le origini dei personaggi, la loro storia.

Non è la parola, ma il corpo che racconta?

Il corpo diventa la pagina su cui scrivere. Nell’ultima parte i figli usano le marionette: è un modo per arrivare a un distacco del corpo, a togliere la carne, e giungere a un’essenza. Come se stessero in un purgatorio, fino all’ascesi, alla liberazione. Medea, all’inizio, urla il suo nome. Nel terzo atto lo dice sorridendo perché finalmente è consapevole di essere dea, di aver vissuto un calvario al quale era predestinata. Allora assume un valore spirituale, religioso.

Recita anche i 10 comandamenti. Perché?

Può suonare blasfemo, perché mentre li pronuncia i figli la insultano. Ma è come se lei dicesse loro: «Vostro padre vi ha insegnato a fare la guerra, a combattere; il mio compito invece è educarvi al rispetto delle cose». E mentre lo dice si commuove perché anche lei ha tradito, rubato, ucciso il fratello. Quindi li vive come un atto di purificazione, rappresentato nella scena dove lava i figli, e se stessa, con il latte. All’inizio viene esclusa dal gioco dei tre uomini; solo dopo aver pronunciato i comandamenti, i figli le vanno incontro. Perché capiscono la differenza che la distingue dal padre, a cui si ribellano. I comandamenti sono leggi primordiali, che «per natura» devi rispettare. Lì, il senso della famiglia è come a un abbecedario che serve a rapportarsi ad essa e a muoversi al suo interno.

La tua lettura del potere mette in luce la violenza del maschio sulla donna.

L’uomo è più assuefatto al lato negativo del potere, a sedersi sulla poltrona e a non pensare che sotto ci sono dei cadaveri. L’uomo, anche per istinto animale, sa che per proteggere il proprio gregge deve combattere e uccidere. La donna se lotta lo fa per proteggere i figli, l’uomo per difendere il proprio ruolo. Inizialmente volevo far comparire Giasone più spesso, ma non mi tornavano i conti. Mi chiedevo: perché sono le donne, più che gli uomini, a uccidere i figli? Il figlio è qualcosa di intimo per la donna, è veramente un pezzo di carne. Quando viene ferita nell’intimo arriva a uccidere i figli, forse per non lasciarli crescere in una cultura maschilista. Lo fa quasi come atto liberatorio, non per vendetta. Il mio Giasone ha la faccia da clown: è uno che sorride sui morti e ne fa spazzatura. Nella tragedia classica, e in Shakespeare, il rapporto col potere è sempre terribile.

Cosa rimproveri all’uomo?

L’incapacità di ascoltare. Gli uomini sentono solo ciò che vogliono sentire, probabilmente perché hanno difficoltà a mettersi in discussione rispetto a una donna. Le donne invece ascoltano veramente. La madre ha un forte potere psicologico sui figli proprio perché li sa ascoltare, e quindi indirizzare. L’uomo difficilmente ascolta i figli.

Cosa ti ha insegnato questa Medea?

Che quando riesco a fregarmene di alcuni vincoli di mercato, di dover piacere a tutti i costi, riesco, credo, a dare il meglio. Inoltre ho scoperto di avere un grande amore per la donna. Medea, per quanto figura tragica, è la manifestazione che la madre, la donna, è la natura. In questo lavoro di recupero di una «memoria dei corpi», penso di essermi avvicinato alla natura, al suo rito.

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