Dopo nove anni di apparente silenzio, la storica band milanese torna con un disco e un tour nuovi di zecca. E raccontano cosa è cambiato nella musica e in città
La capacità dei Casino Royale, dal vivo per festeggiare l’uscita dell’ottimo «Reale» [V2 rec.], è di riuscire a sintonizzare tutti, sopra e sotto il palco, anche dopo nove anni d’assenza. Ora, dopo vent’anni di carriera, li accompagna un suono ancora una volta diverso. Ne abbiamo parlato con Pardo, chitarra e motore di questa nuova versione del gruppo.
Com’è il tornare sul palco dopo tanto?
Emozionante. Soprattutto ora che siamo maturi e consci delle nostre capacità! In tutti questi anni non siamo stati propriamente in silenzio, siamo andati avanti a fare altre cose, il sito, l’etichetta [Royality Rec.], i sound… A Firenze, però, la tensione della prima c’è stata! Ma appena abbiamo sparato i pezzi vecchi la gente ha subito reagito e noi e loro ci siamo lasciati andare ai lacrimoni.
Il vostro vecchio sito era caratterizzato da tante tracce «aperte» da remixare. Ora?
Il dialogo con il pubblico resta forte anche sul sito attuale. Non potrebbe essere altrimenti: sono loro ad averci tenuto in piedi in questi nove anni. Ammetto che non riesco a leggere il nostro blog senza commuovermi. Per i remix stiamo capendo come fare, dato che ora abbiamo firmato per una casa discografica… In Italia, i remix, i singoli, rimangono quasi per gli addetti ai lavori e alla lunga tra costi legali e quant’altro non ci campi. Oggi, poi, è ancora più dura. Facendo il confronto con il 1998/99, quando siamo andati in stand-by, i guadagni, le vendite si sono dimezzati, anche in tour.
Rispetto agli ultimi lavori, con una forte componente elettronica, in «Reale» siete tornati all’archetipo strutturale del rock.
Un po’ è stato calcolato. Volevamo ritrovare la sala prove, la composizione radicale del pezzo, melodia, armonia, il gusto di guardarsi in faccia. Poi è naturale che nella vita delle band si alternino un po’ tutte le personalità: da sempre le nostre si miscelano in un alchimia un po’ strana, magica direi. «CRX», ad esempio, è un disco che ben rappresenta la crisi degli anni novanta, cupo e generazionale, intimo e pesante come lo erano le nostre situazioni. «Reale» invece è l’unico disco del quale sono stato soddisfatto istantaneamente e che di sicuro risulta più facilmente leggibile.
Un ritorno alle origini, ma con il sound di Howie B che lo fa suonare diversamente.
Howie è una persona di un’umanità assoluta, di cuore. Siamo riusciti a lavorare con lui a delle condizioni economiche e logistiche impensabili e ottimali. Si appassiona ai progetti. Èun uomo che è nato in studio, sa saltare, sa cablare, e la sua più grossa caratteristica è quella di essere un direttore di orchestra che capisce subito le personalità di ogni musicista e poi delicatamente destabilizza le situazioni, mediando durante la composizione e dando al tutto la freschezza dell’improvvisazione della sala prove. Grazie a lui durante il periodo di lavoro in studio ci siamo divertiti, cosa d’oro di questi tempi, in una Milano come la nostra che
è la città del lavoro e della pre-ansia.
La Milano di Letizia Moratti è veramente la città delle opportunità?
A Milano, ora, c’è il buio assoluto, culturalmente, politicamente e musicalmente! Il grosso problema della città è che non ha sfruttato il fermento e la creatività che c’erano negli anni ottanta, concentrandosi solo sui soldi, brutalmente buttati al cesso invece che investiti in progetti culturali. Uno schiaffo in faccia a tutti! Grazie ai vari Formentini e Moratti, per non parlare dei leghisti, Milano non ha fatto un passo avanti. Il peggior marketing mischiato all’entertainment: nessuno fa più niente con attitudine e tutti rispondono solo se una cosa è «cool». È difficile gestire una metropoli, ma la soluzione non passa attraverso il vigile di quartiere o la schedatura dei writer.
Quanto c’entra la vostra generazione?
Non ha contribuito in meglio. Io ho 41 anni, e come tutti i miei coetanei non ho vissuto il ’68: sono cresciuto sull’onda del punk, una moda inglese diventata cultura a fatica. Siamo cresciuti coi sogni degli anni settanta e il cinismo degli anni ottanta. Se ci pensi, veramente una generazione di merda! Ora stiamo migliorando grazie alle famiglie, i figli, l’amore. Come diceva Saramago: «Não compta nesta vitinha».
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