Fra il 1960 e il 1968 il viso di un giovane maestro si affacciava sugli schermi delle famiglie italiane dalle aule virtuali di “Non è mai troppo tardi”, una trasmissione realizzata dalla Rai indirizzata agli analfabeti, che in quegli anni erano ancora tanti. Quel maestro armato di una grande lavagna di fogli di carta, un gessetto e un carboncino, era Alberto Manzi. Dalle telecamere insegnava a leggere, scrivere e “far di conto” da un’aula televisiva virtuale; un mezzo per combattere oltre all’analfabetismo [perché con questo programma molti bambini impararono a leggere e scrivere] anche razzismo e intolleranza.
Temi questi che permeano anche la sua ricca produzione di libri per ragazzi [e adulti], che l’editrice Gorée ha deciso di recuperare rieditandoli integralmente [non a casa l’editrice prende il nome dalla “Casa degli schiavi”, un’isola dell’atlantico di fronte alle coste del Senegal dove affluivano i neri razziati nei vari paesi africani e deportati come schiavi nelle Americhe].
Centrale, nei libri di Manzi, il tema dell’America Latina [fu uno dei primi, fin dal ’54, ad andare nella foresta amazzonica, a familiarizzare con i nativi e a denunciare il loro sfruttamento]. Ad esempio in “La luna nelle baracche” del 1974. Il protagonista è Pedro, campesino che incarna la sete di giustizia dei popoli oppressi, la libertà senza confini, la forza della coesione sociale contro la rassegnazione, la voglia di costruire un mondo diverso perché, per usare le parole di Manzi: “Tutti attendono un po’ di giustizia, un po’ d’industrializzazione, un po’ di rispetto, un po’ d’istruzione”.
In “Gugù”, romanzo che Manzi riuscì ad ultimare solo alcuni mesi prima della morte, il protagonista è un “vecchio pazzo” sudamericano chiamato appunto Gugù, che crede che la felicità stia in un fiore o nella bellezza dei colori e che nel donarsi agli altri si possa ritrovare se stessi. Gugù racconta la vita ai bambini abbandonati che vivono tra le immondizie delle favelas attraverso la magia dei suoi murales. Il vecchio pazzo li salva da un mercato spietato, quello del traffico d’organi e li recupera dai corridoi bianchi delle cliniche dove le infermiere non fanno che sorridere. Ma alcuni di loro riappaiono con cicatrici blu sul torace o con un occhio chiuso per sempre da un bisturi. È una favola, come scrive Maurizio Chierici nella prefazione: “che dovrebbe finire negli zaini delle scuole… La raccomando ai genitori che il lavoro sfinisce. È il modo non brutale per far sapere ai loro ragazzi cosa succede dietro le vetrine bene illuminate”.
E ancora il Sudamerica fa da sfondo alla storia raccontata in un altro libro di Manzi, “El loco”, in uscita a settembre.
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