La coscienza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Era il terribile 1936 quando Walter Benjamin scrisse «L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Già dopo 50 anni – e oggi ancor più – ci ritrova di fronte a una questione mille volte più complicata: l’essere umano nell’epoca della sua [completa o quasi] riproducibilità tecnica. Stiamo parlando di duplicare corpi perché l’Ia, intelligenza artificiale, è lontana a venire – ci vien detto – e anzi potrebbe restare un terreno praticabile solo in teoria.
Cosa davvero sia l’intelligenza e che relazioni “pericolose” essa intrecci con la coscienza, la personalità e – se esiste – con l’anima è questione su cui vale leggere «Mindscan», piacevole romanzo del canadese Robert Sawyer: è l’Urania 1525 [3,90 euri per 348 pagine]. E’ uscito un paio di mesi fa – purtroppo senza destare troppo interesse – e dunque non è difficile da recuperare.

Volete un po’ di trama? E sia. Jack, il protagonista, nel marzo 2018 scopre di essere predisposto, come suo padre, alla sindrome di Katerinsky, con la quasi certezza di ritrovarsi all’improvviso in uno stato vegetale. Ovvio che cerchi una via d’uscita. Nel 2045 è ancora giovane – il rischio però incombe – quando gli si offre una radicale alternativa: la Immortex [occhio al nome] annuncia di aver messo a punto una tecnica che consente di immettere «una copia digitale» del vecchio cervello in uno nuovo e naturalmente dentro un corpo ottimale, «potenzialmente eterno». Il prezzo è solo per stra-ricchi ma Jack potrà campare 100 anni e più, grazie ai proventi della… birra creata dai suoi avi.

Le complicazioni [almeno quelle che si possono qui svelare] sono quattro. I vecchi corpi – poco elegantemente ribattezzati «pelli cascanti» – hanno il divieto assoluto di incontrarsi con i “nuovi” e finiscono in un dorato confino sulla Luna in attesa del decesso; ma Jack è abbastanza giovane e… poco dopo si trova un rimedio alla sindrome di Katerinsky. Altro impiccio è che gli eredi mancati [le “repliche” o “scansioni” sono quasi immortali e dunque c’è troppo da aspettare] portano la faccenda in tribunale. Una questione ancor più generale: che accettazione sociale troveranno i pochi che si fanno “copiare”? Quarto casino possibile: dove si fa «una copia digitale» se ne potrebbero fare due, tre e utilizzarle di nascosto per… già per cosa?

Oltre che sulla Luna [ospizio d’oro] la storia si svolge in parte negli Usa – dove purtroppo la contro-rivoluzione teo-dem sembra più forte che mai – ma anche nel progressista Canada dove cerca asilo l’Immortex: l’autore ci fa capire in ogni modo di non sopportare la destra statunitense e tratta le multinazionali come meritano. Il colpo di scena finale ci proietta 102 anni dopo e molto oltre il cielo.

Il tessuto filosofico che sottostà all’azione non è mai banalizzato anche se c’è qualche bella ironia [le barzellette su Cartesio al bar, su Einstein in treno e su Heisenberg fermato dal vigile sono memorabili]. Quando nell’appassionante processo – che occupa quasi mezzo libro – vi imbatterete nelle furibonde risse sullo «zombie filosofico», sull’importanza dei sogni, sull’aborto… vi verrà da meditare, forse da schierarvi. Per motivi che non è consentito anticipare è un libro particolarmente consigliato ai daltonici. In coda al romanzo «Domani, molto presto» di Vittorio Curtoni: racconto che frulla acido muriatico [tanto per restare in tema qui si mandano affanculo guru come Jaspers o Jung] e mistero. A dimostrare che la fantascienza è sempre viva anche in Italia. Del resto Valerio Evangelisti ci ha appena donato «La luce di Orione», nuova e splendida avventura di Eymerich. «Mindscan» è fantascienza ma anche un grimaldello – come gli esempi migliori del genere – per scardinare le porte [chiuse verso il futuro] dentro noi stessi, per domandarci quali direzioni domani vorremmo che l’umanità prendesse o forse… sbarrasse. «La coscienza torna alla ribalta, gente» è l’ironico attacco della «nota» di Sawyer che chiude il libro: «si sono buttati nella discussione fisici quantistici, psicologi evoluzionisti, neurologi, ricercatori dell’Ia, filosofi… e anche umili scrittori». E’ un caso se Sawyer non aggiunga militari e politici? Da noi intanto i riflettori si accendono solamente se a discuterne sono sicuri incompetenti come il quartetto Bibù-Rarù (Binetti, Buttiglione, Ratzinger, Rutelli). Seri e ampli invece i riferimenti di Sawyer: si avverte che la lettura dei libri di Roger Penrose, John Searle, Daniel Dennet – e di molti altri – non è stata superficiale. Dopodiché per un romanziere si tratta di trasformare la possibilità/impossibilità di una «riproducibilità tecnica della coscienza» in vicende appassionanti, in ritmo, personaggi; Sawyer è stato capace di farlo: per non scontentare chi ama il mix ha messo il sotto-genere processuale, un sequestro con sparatoria, un pizzico di sesso e persino un folgorante prologo edipico.

Resta da chiedersi perché sia così indietro da noi la discussione sul labirinto chiamato «l’umano nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Se magari volete gettarvi nell’agone, segnalo che quest’anno i dossier della bella rivista «Cem mondialità» sono dedicati al tema «Umano, disumano, post-umano»: ne sono già usciti 4; su www.cem.coop altre notizie. Cosa distingua un essere senziente da uno scimpanzé addestrato è uno dei temi al centro del libro di Sawyer come delle ricerche di «Cem mondialità». Forse la consapevolezza è il sapere cosa sia giusto fare e quando disobbedire alle regole imposte… Come a Greensboro; per dirla con Sawyer «un giorno nel 1960 quattro studenti di colore si sedettero nella mensa per soli bianchi». La libertà è appunto la coscienza di ciò che è necessario fare.

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