La parte intollerante

Caparezza
Caparezza

Michele Salvemini, in arte Caparezza, è una delle più singolari e felici contraddizioni della musica popolare italiana. Come un bambino nel paese dei balocchi, quello dell’establishment musicale che ora [e ci auguriamo il più a lungo possibile] lo ospita, una volta rubate le chiavi del castello, “Capa” ci invita tutti a guardare il mondo dalla finestrella della torre più alta. L’ultimo suo disco, “Habemus capa” [Virgin rec.], è tutto questo e ancora di più. Vita morte e piccoli miracoli di un Molfettese d.o.c.

Le tue canzoni fanno leva sulle contraddizioni popolari più macroscopiche. Quali storie ti sei divertito di più a raccontare nel tuo nuovo cd?

Le contraddizioni e, aggiungo, i paradossi! Un esempio è “Inno verdano”: mai avrei pensato di vedere un meridionale voler diventare leghista, cosa che invece è successa durante la scorsa campagna elettorale! La realtà ha molta più fantasia di me, e purtroppo non riesco a stare al passo, questa è la verità. Poi ci sono altre figure che hanno richiesto preparazione e studio, come quando vesto i panni del broker in un pezzo che si chiama “Titoli”. Volevo scrivere un pezzo che lasciasse la gente con la stessa faccia che ti lasciano i servizi sulla borsa dei telegiornali: sbigottita, con quel disinteresse tipico di chi non sa di cosa si stia parlando, cosa siano il Mibtel, il Nasdaq, ecc. Poi ci sono l’adolescente de “La mia parte intollerante”, che altri non sono che io, o l’opinione pubblica in “Epocalisse”. Sono infine particolarmente affezionato al “Il silenzio dei colpevoli”, dove racconto di questa maschera in un cinema che porta un ragazzo a vedere il film della sua vita, attendendo che questo si renda conto davanti allo schermo che la sua vita è tristemente muta e in bianco e nero.

Nel tuo cd ci sono molti spunti sociali e politici. Perché?

La politica tocca me ogni giorno, quindi penso sia giusto e necessario renderle pan per focaccia. Sono dell’idea che si debba parlare, esprimersi. Questo è il significato di una canzone come “Il silenzio dei colpevoli”. C’è chi mi rimprovera di fare pezzi di questo tipo, secondo la convinzione che la musica, e con essa chi la fa, debba essere scevra da posizioni sociali e politiche. Ma è una cosa assurda. Io credo fermamente che la musica sia una branca della letteratura contemporanea, e quindi non può prescindere da quello che succede attorno. È ciò che ha fatto il pop, affrontando temi universali e snaturando così l’idea di contemporaneità dell’opera. Se quel trend è stato abbattuto, è stato grazie soprattutto ai centri sociali, questo va detto, che hanno sdoganato un pensiero musicale, di scrittura e di testo, diverso. Spesso queste strutture sono descritte come “pericolose” o degradanti: nessuno parla mai del loro apporto non solo nel sociale, ma soprattutto nella cultura, da 20 anni a questa parte.

Cosa pensi dei nuovi movimenti, Val di Susa, i precari, gli universitari?

Con loro, finalmente, i movimenti sono riusciti a portare all’attenzione dei media battaglie politiche e sociali molto importanti. Il rischio che intravedo è quello del “dividi et impera”: spesso assistiamo al tentativo di strumentalizzare singole persone o comportamenti per gettare discredito su un intero movimento. Sta avvenendo in maniera esponenziale. Un esempio: quasi non si parla mai di quanto successo l’11 marzo a Milano. Come può passare in secondo piano o scomparire assolutamente dalle cronache l’apologia di fascismo? Non solo: come si fa ad integrare poi tutto questo in un sistema costituzionale che dovrebbe per principio vietarla? È un fatto gravissimo. Ma agli occhi dei media erano altre le cose da raccontare. Quando in “Ti giri” dico “è il Tg che ti incula, fattela da solo la verità!”, intendo proprio questo.

Ci parli della tua band?

Gaetano, Giovanni, Rino e Alfredo… loro sono la mia famiglia! Sono tutti ragazzi di Molfetta, tranne Diego, l’altro cantante. Siamo una carovana continua, in tour e non.

Tu sei tornato a vivere a Molfetta?

Io vivo a Molfetta. È il posto in cui ho vissuto, non voglio andarmene via. Spero che la nostra voglia di stare lì continuando a fare quello che facciamo sia un esempio per chiunque voglia fare questo mestiere. Costruirsi la propria realtà lavorando nel proprio piccolo epicentro. La propria realtà si può e si deve costruire. Anch’io e la mia famiglia siamo stati degli emigranti, nel nostro piccolo. È bene ricordarlo a chi parla di immigrazione in modo sommario: chi emigra non lo fa col sorriso sulle labbra, specie se si viene da paesi poveri.

Cosa ti ha spinto a suonare a Roma il primo maggio?

La piazza! Perché quel palco dovrebbe – uso volutamente il condizionale – avere una valenza che va al di là della pura esecuzione. Una valenza comunicativa, dove le canzoni sono un veicolo. So che lì vige la regola della “par condicio”, purtroppo. Non riesco mai a liberarmi di ’sta cazzo di “par condicio”… Ma sono convinto che troverò il sistema per dire comunque quello che voglio dire.

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