Giovanni Lindo sulla via di Damasco

Ferretti
Giovanni Lindo Ferretti

Camillo Langone è un conservatore buffo, prestato dalla Chiesa alla buona tavola per il bene dei fedeli. Parmigiano, scrive quasi quotidianamente una rubrica sul Foglio: una rubrica di invocazioni grottesche e insieme colte. Langone ama le esagerazioni, detesta i gay, sostiene la superiorità del cristianesimo. Soprattutto, Langone, è attratto morbosamente dai borderline «volontari», dai peccatori consapevoli. Giovanni Ferretti è uno di questi.
L’ex punkettone militante ha voltato pagina con una lettera al Foglio, il quotidiano di Giuliano Ferrara, che non ha aspettato un istante ad arruolarlo nell’esercito del bene.
Giovanni Lindo Ferrara [la paternità dell’espressione spetta al blogger Indiessolvenza] si scaglia con violenza contro la fecondazione assistita: anche i cavalli, in fondo, non hanno bisogno di nient’altro che di scopare. Per l’ex Cccp vale la legge del cazzo dritto, alla faccia della scienza. I due si incontrano sulle posizioni di Ratzinger, entrambi dichiarano guerra al relativismo, senza ricordare che il suo contrario è l’assolutismo. Mondadori fiuta l’affare, e chiede a Ferretti un’autobiografia, in uscita. Il libro si chiama «Reduce». Ha dalla sua un potere evocativo forte, una solennità quasi inquietante: Mondadori crede nella non fiction, la corrente che mescola narrativamente cronaca e romanzo.
Al di là del caso «Gomorra», quest’anno è uscito «Gladiatori», un’indagine emotiva di Franchini, in giro per le palestre, alla scoperta dei combattenti di oggi, delle vite violente in giro per il mondo. «Gladiatori» è un volume affascinante. «Reduce» si pone nella scia. Ma è incentrato su un combattente solo: Ferretti Lindo Giovanni, una vita rock and roll ed un presente di allevatore nascosto sull’Appennino Tosco-Emiliano, ad accudire i vecchi parenti.

Il Foglio dedica al libro due pagine, con il resoconto tragicomico della visita di Langone alla dimora ferrettiana: un incontro di menti libere e partigiane, antimoderne e genuflesse.
Si scopre così che Giovanni ha abbracciato la causa di Israele. Che le preghiere dei Cccp erano invocazioni pure, con nessun riferimento al teatro, alla messa in scena. Che non ci salverà la ragione, ma la fede. «Ero qualcos’altro, e dovevo andarmene da un’altra parte. Ho deciso che, nella sfiga, sarei diventato un punk». Le parole di Ferretti, parole di dieci anni fa, ora tornano tremendamente attuali: la scelta di vita si fa nel momento di crisi, la scelta si fa per calcolo.
Questo, allora, è il momento della religiosità, della nuova provocazione in toga. Se il punk era un questione di capelli, perché non approfittare della calvizie? Se il diavolo veste Prada, allora il Signore indossa sandali fricchettoni e legge guide alle osterie?
La risposta nell’intervista che Langone prepara a Ferretti, così come in quella rilasciata a Socci: «Sono probabilmente l’unico neoconservatore dossettiano del panorama mondiale: il pensiero neocon mi ha stupito e interessato – dice – Si definiscono liberal assaliti dalla realtà o comunisti venuti dal freddo: e io mi ci ritrovo
benissimo».
Sostiene Langone che «come tanti mistici, Ferretti è anche un pratico». Poi incolpa l’Italia musicale di strabismo: «L’Italia dei concerti funziona così, se ti classifica di sinistra poi le ci vogliono vent’anni perché si accorga che invece stai cantando solo ed esclusivamente il Sangue, il Suolo, il Sacro». Già, l’Italia.
E tutte le sue contraddizioni, in un corpo solo. Quello del fu Ferretti, muezzin devoto alla Madonna e ai cavalli. «Ferretti» conclude il Foglio, «col riempire la sua casa di candele, presepi, immagini della Madonna, bandiere israeliane, libri di Gorge Weigel, foto di papa Benedetto XVI, non ha tradito e non si è convertito, ha invece proseguito».
Già, come al solito. Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia. Altri perché la Chiesa cattolica, in quel periodo, era tremendamente out.

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