Un cabaret elettrico dentro stanze di guerra

Sono ormai lontani i tempi in cui le mostre dada – come quella, celeberrima, organizzata da Ernst, Arp e Bargeld a Colonia nel 1920 – facevano accorrere la polizia per disperdere la folla inferocita contro gli artisti, oppure, come a ogni spettacolo del Cabaret Voltaire di Zurigo, provocavano moti di piazza estetica. Nondimeno, il Cabaret Elettrico (creatura del talentuoso disegnatore Riccardo Mannelli, noto anche al grande pubblico per i suoi ritratti di uomini politici pubblicati su La Repubblica), nello spettacolo andato in scena al centro sociale Brancaleone di Roma lo scorso 6 maggio ha cercato di riappropriarsi proprio dell’intensità espressiva delle citate esperienze artistiche per approntare una strategia di disagio con cui superare l’ordinaria accondiscendenza verso il pubblico imperante – magari nelle forme di un compiaciuto feticismo visivo – anche sulle scene dei circuiti più ‘off’ (oppure delle istituzioni teatrali liete di concedere agli abbonati il brivido trasgressivo di qualche urlo di Pippo del Bono, soffocato tra le imbottiture e i velluti della platea). E’, questa, una strategia che ricorre tanto agli attrezzi teatrali più tradizionali delle avanguardie storiche – a partire da una messinscena parossistica e frenetica – quanto ad accorti mezzi multimediali, in primo luogo il montaggio e la proiezione combinata di vari video per la cura di Marco Michiorri, che dello spettacolo è coautore insieme a Mannelli. Ora, qui non si tratta tanto di apprezzare in termini puramente estetici un esperimento come Stanze di guerra (allo stesso modo in cui non lo si poteva fare con buona parte dell’irruenza dada: vedi, per tornare alla mostra citata in apertura, la richiesta che Max Ernst rivolgeva ai visitatori di abbattere a colpi di ascia le proprie sculture lignee), ma piuttosto di cogliere l’interrogativo formulato sulla scena, lanciato da un palco a metà tra la scenografia rottamata di qualche vecchia edizione del festival di Sanremo e un bunker antiatomico.

La questione è, dunque, quella della violenza, della sua origine ancestrale e definizione contemporanea, una violenza elettrificata nel passaggio attraverso i mezzi di comunicazione di massa che sulla stessa basano la propria strategia di ottundimento della società civile, e ripresa dal Cabaret nel tentativo di farla andare in cortocircuito.

In un’ora di aggressione visiva e sonora composta nell’accumulazione di scene connesse dal dato comune della violenza, e in cui è difficile operare una cernita descrittiva a beneficio del lettore – tenuto conto che l’opportunità di scelta cade tra corpi nudi che si dibattono dietro teli di nylon o marciano marzialmente ridicoli, ballerine in costumi disneyani abbattute a colpi di mitra, scheggiate reminescenze musicali di Kurt Weill o estemporanei interventi urlati di un debordante inclassificabile come Remo Remotti – il tema della guerra come totale regressione e degradazione dell’uomo acquista un innegabile impatto, fino tuttavia a collassare su se stesso. Perché resta infine, al termine dello spettacolo, il dubbio di un ineluttabile fallimento a cui è destinata una strategia poetica come quella sopra accennata, e più ancora l’arte tutta quando intenda confrontarsi con la violenza a (supposte) armi pari: mentre le Stanze di guerra vogliono infatti svelare la brutalità umana con un crudo linguaggio elettrificato (e suggestioni visive che a tratti paiono richiamare direttamente la vertigine nera delle pasoliniane Giornate di Salò), è sufficiente guardare uno dei tanti video di esecuzioni di ostaggi in Iraq o le fotografie dei prigionieri brutalizzati nel carcere di Abu Ghraib per accertare, una volta di più, l’irrecuperabile ritardo e inadeguatezza di ogni rappresentazione artistica della violenza non solo rispetto all’essenziale mostruosità del reale, ma anche alla sua immagine colta da un occhio amatoriale e del tutto privo di velleità artistiche (di un terrorista o un militare americano che sia).

Lo spettacolo sembra, tuttavia, trovare una via d’uscita inaspettata da questa impasse della rappresentazione intenzionale quando si chiude nell’ironia feroce della stanza dedicata ad Anagnina Sanchez, improbabile “puta y curandera” che, nei sotterranei della metropolitana romana, converte con le sue cure implacabili militaristi in penitenti pacifisti. La documentazione abilmente falsificata del fenomeno – con tanto di copertine ‘ritoccate’ di riviste, da quella di Famiglia cristiana in cui si chiede la beatificazione della santona all’inchiesta di moda etnica pubblicata su Grazia – insieme alle virtuosistiche illustrazioni a tempera di Riccardo Mannelli raccolte in mostra al piano superiore del centro sociale e riprese nel video finale proiettato in scena, delineano in effetti un porto franco dell’immaginazione, dove la violenza del potere e la distorsione della realtà a cui sono usi i mezzi di comunicazione vengono smascherate e sovvertite dalla satira. Enrico Baj ha invocato una volta la risata come forza sovversiva e salvezza dell’arte: è certo che quella del Cabaret Elettrico sia tra le più cupe, ma anche intense, che possa capitare di sentire in giro.

Visto al csa Brancaleone, Roma

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