Si intitola singolarmente DEFICIT!, la nuova edizione del Festival Internazionale sullo Spettacolo Contemporaneo, in scena a Bologna dall’1 al 12 giugno, organizzato dall’infaticabile network Xing.
Deficit come cifra permanente della scena contemporanea, nei suoi rovinosi legami con le istituzioni. Deficit, dunque, come porta chiusa del ministero per i beni e le attività culturali: o cultuali, dato il recente avvicendamento che ha visto l’ascesa di Buttiglione. A tutto questo farebbe pensare il nome del festival, di primo acchito.
Ma forse il termine allude anche a una condizione estetica delle performing arts di oggi, almeno di quelle che ricercano senza accontentarsi dell’applauso facile, di quel consenso che sembra ormai l’unico obbiettivo in grado di regolare i rapporti tra artisti e istituzioni (caso esemplare: le grandi estati cittadine, crasso banchetto del mecenatismo comunale).
Deficit, allora, diviene, lo smantellamento della scena come rappresentazione e come allestimento decorativo di un senso stabile, in fondo rassicurante. Deficitario per vocazione è il gesto decostruttivo che nella crisi della ripetizione (lo spettacolo come repertorio) apre uno spazio incerto, privo di reti di protezione. Lo spazio della frammentazione estrema, dell’infrangersi di ogni narrazione in grado di configurare l’esperienza, di darle senso e messaggio compiuti.
Deficit come crisi dei linguaggi teatrali consolidati, delle barriere disciplinari, in nome di una ricerca che oscilla tra il ludico e l’esasperato, tra l’ironia e la disperazione, tra rivolta e nuove interrogazioni: violando del tutto, questo è un monito per gli spettatori, la carezzevole estetica del bello.
Crisi di tutto, ma per andare dove? Questo sembra essere il punto urgente dalla scena contemporanea, che forse percorre ancora una fase di elaborazione del lutto, nel prolungato limbo del “post”: col rischio di derive solipsistiche o banalmente comunicative (l’arte come comunicazione senza sostanza: un’opportunità, forse, ma anche una scorciatoia deleteria).
Xing, una realtà unica a livello nazionale, ha sempre investigato gli ambiti di frontiera della creazione, offrendo un modello prezioso, per quanto strutturalmente precario, di organizzazione. Esattamente quello che per lo più manca in Italia, ma che rischia di sparire anche altrove: un luogo interstiziale, nell’epoca dello spettacolo-evento e dei grandi circuiti distributivi, in stile multisala.
Gli artisti internazionali convocati per questa edizione hanno il pregio di essere, in alcuni casi, poco noti o del tutto sconosciuti. Fermi restando alcuni nomi di prestigio, come Kinkaleri, Rodrigo Garcia o Virgilio Sieni.
“Un festival multiprospettico che avvicina espressioni performative, visive, cinematografiche, critico-sociali nell’arco di due settimane. Un insieme di momenti che raccontano con uno sguardo non solo meteorologico e stagionale, un punto di convergenza di quello che è andato maturando nell’arco dell’ultimo decennio: parliamo del crepuscolo del XX secolo e dell’alba del primo decennio del nuovo millennio”, dicono gli organizzatori, presentando la serie allettante di performance, spettacoli, installazioni, incontri, cinema e video.
Il tutto si snoderà in diversi luoghi di Bologna, in particolare nello spazio industriale Ex Bologna Motori (via Donato Creti, 24), alla Galleria Accursio (piazza Nettuno), al Cinema Lumière 1 (via Azzo Gardino, 65), nello spazio Raum per le arti contemporanee (via Ca’ Selvatica, 4/d) e alla galleria Neon Campobase (via Francesco Zanardi, 2/5). Lungo la durata del festival, poi, la Biblioteca Sala Borsa (piazza Nettuno, 3) apre al pubblico una selezione di testi legati alle tematiche che la rassegna esplora.
Informazioni e programma dettagliato: www.xing.it/fisco.html
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