Dà un senso di salute e sollievo vedere gruppi teatrali che, nonostante il successo, hanno sempre voglia di rilanciare. E ci riescono. È il caso del Teatro delle Albe che all’interno di una propria cifra sempre chiara e riconoscibile ci stupisce ancora una volta con «La Mano», per l’adattamento e la regia di Marco Martinelli e l’interpretazione di Ermanna Montanari. Nato dall’omonimo romanzo di Luca Doninelli, offre al nostro sguardo lo spettacolo pietoso e grottesco del delirio/diario in pubblico di Isabel, sorella del geniale chitarrista rock Jerry Geremia Olsen morto suicida tagliandosi la mano sinistra.
Dopo essersi disintossicata dalla droga, Isabel tenta di farsi suora per ritrovare la pace: rifiutata da tutti i conventi ha deciso di fare da sé, mutando il proprio nome in Suor Isis e trasformando il proprio ambiente, la “camera rossa” del fratello, in un sacrario della propria memoria. Se la santità è un punto d’arrivo incerto, la partenza certa è lo smarrimento e la mortificazione.
Fortunatamente rifugge dal realismo questo spettacolo, tutto sapientemente modulato da Martinelli sul filo tra elevazione e blasfemia. Ci riesce distillando l’essenza drammaturgica dalla complessità del romanzo e costruendo un filo attentissimo di dinamiche di attenzione.
Sono molti gli elementi che concorrono a intrecciarsi in questo filo: la meraviglia delle luci di Vincent Longuemare, luci che sono pieno elemento drammaturgico, pensiero in azione. Coniugano suggestioni rock e fantasie religiose, trasformando la stessa batteria di fari in uno stadio e in una vetrata da chiesa, fari motorizzati che creano la confusione e poi spandono il buio. Anche la scena ha un significato aperto: un palco tondo e nero come un vinile, come un’area sacra, un altare. Su cui Isis sta in espiazione e sacrificio. Il tutto condito dalle sonorità complesse di Luigi Ceccarelli: chitarra, basso e batteria non potevano mancare, ma ridotti a suono puro, archetipico, immediato e riconoscibile, virato all’elettronico con un effetto che lo rende allo stesso tempo distante e quotidiano.
Ermanna Montanari è una protagonista monumentale, tutta risolta nella propria straordinaria voce, una voce che diventa quasi un personaggio a sé tanto Ermanna ne è posseduta. Piccola, esile e oscura, si presenta quasi immobile, vestita di un tubino nero con una grande croce rossa sul petto: una reduce alla deriva da non si sa quale crociata. Emersa appena dall’oscurità infera e dark del proprio ambiente-mente, sfoggia una voce terrosa, viscerale, in una parola “rock”. E ci racconta delle ossessioni del fratello, della ricerca distruttiva della perfezione tecnica, della vergogna di fronte ai più giovani che già minacciavano di superarlo, ma soprattutto l’angoscia di avere o non avere la musica dentro, l’essere o il non essere toccati da un dono.
Le sta vicino un guardiano muto e osservante, un totem-Topolino che la custodisce e la tormenta, fa finta di estrarla dalla solitudine ma le aliena qualunque contatto col mondo. È un archetipo pop, estremo parto dell’immaginario deviato di Isis, che non a caso alla fine si toglie la maschera da Mickey Mouse e rivela la più classica bellezza maledetta e biondo angelica del fratello morto.
[Lo spettacolo sarà al Festival di Volterra]
Visto a Torino, Teatro Gobetti – Festival delle Colline, 29 giugno 2005
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