«Appunti per un film» della Compagnia della Fortezza

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un'immagine dello spettacolo

È sempre un’esperienza essere presi in consegna dal sistema carcerario, seppure perfettamente limpidi e innocenti, semplici e volenterosi spettatori della nuova produzione della Compagnia della Fortezza, «Appunti per un film», al carcere di Volterra.

Si abbandonano borse e documenti, si passano metal detector e cancellate alte, ci si aggrappa a un pass con un numero, ci si rassegna a lunghe attese di cortile in cortile prima di essere immessi nello spettacolo. Il carcere è una presenza schiacciante e ineludibile. Sono sbarre, blindature, cancelli, mura, vetri antiproiettile che innervano la struttura della fortezza medievale di Volterra.

L’idea dello spettacolo è semplice: lo smarrimento di un autore, Armando Punzo ma non solo, che, al centro del carcere dove lavora da 18 anni, tra i detenuti che ormai sono più di una compagnia stabile, sembra essere rimasto imprigionato a sua volta, e si affanna a rincorrere la possibilità di dire qualcosa, il modo in cui poterlo dire, se e quale senso ha “dire” ancora. Una corsa all’indietro, all’origine, per ricordare un’identità che stenta a ricollocarsi.

E per raccontarci l’errare di questo autore incalzato dalle attese dei suoi personaggi, dietro cui stanno i suoi spettatori, Punzo sceglie la forma del film in lavorazione che diventa la proiezione esatta di una mente che gira su se stessa, ripercorrendo più volte le scene, tentandone altre, modificandole, scartandole, mettendole in alternativa e in parallelo.

In questo meccanismo il pubblico è assimilato alla massa delle comparse, coinvolto in prima persona in dinamiche di forza e costrizione.

Punzo è molto presente, parla, spiega, dà indicazioni, forse si manifesta un tantino troppo, ma lo spettacolo non diventa mai un vuoto risucchiare in riflessioni personalistiche: non si transige sulla forma, si schiva l’oscurità, i ritmi sono tutti consapevoli. È d’altronde questo il principio rigoroso che ha ripulito il lavoro coi carcerati da ogni buonismo e lo ha trasformato in grande teatro che ogni anno muove pubblico da tutta Italia.

Le riprese iniziano: primo ciak.
Nel cortile saturo di sole meridiano, quasi interamente occupato dalla gabbia per l’ora d’aria, la prima scena è un passaggio: una coppia smarrita al muro, dentro la gabbia coperta di linoleum candido si accenna qualcosa che avrà a che fare con un funerale, musica.

Secondo ciak: gradinata assembleare bianca, stipata di pubblico, in mezzo al pubblico alcuni personaggi scoperti, altri occultati, danno vita a un discorso che divaga dalla centralità dell’autore, salvo riabbatterglisi contro a sorpresa per richiamarlo alle proprie responsabilità. L’autore, messo a sedere al centro dell’arena, è sorteggiato di volta in volta tra qualcuno del pubblico. In più Don Chisciotte e Sancho Panza, qualcuno che ci porge un caffè, un clown lentissimo, un poeta, un gommone di clandestini recalcitranti perché loro in Italia ci sono arrivati in aereo, un carcerato napoletano che a 14 anni aveva solo fame. Infine, tra le molte strade tentate dall’autore, c’è l’autobiografia: il ricordo personale di un maestro buono e soprattutto una madre (pasolinianamente, la vera madre di Armando Punzo) dolente, silenziosa, paziente, infinitamente amorosa, davanti a un figlio fragilissimo, che parte, che parla una lingua che lei non capisce, che le chiede scusa con gli occhi.

Terzo ciak: donne e uomini divisi, le donne al muro di un lunghissimo corridoio, strette spalla a spalla; nel muro di fronte si aprono le celle, nelle celle i carcerati, passano gli uomini e vengono chiusi nelle celle a loro volta. Le serrature si chiudono. Al segnale si scatena la rivolta e dalle sbarre volano frantumi di mobili fracassati, urla a gara col chiasso del metallo percosso con qualunque mezzo, si pesta, si chiama. Fine della ripresa: le donne smobilitano velocemente e scorrono davanti alle celle da cui occhieggiano gli uomini ancora rinchiusi.

Quarto ciak: ancora il cortile iniziale. Un uomo batte a una porta, con un pallone fa eco ai suoi colpi un carcerato dentro la gabbia. È la scena di un funerale: si aprono gli ombrelli neri poggiati in un angolo della gabbia e un vento provvidenziale li rigira lentamente e ci gioca. Al pubblico che circonda la gabbia, appeso alle sbarre, si distribuiscono ombrelli uguali e uno per volta, lentamente, entrano nella gabbia, aprono l’ombrello e seguono un immaginario corteo funebre attraversando l’intero linoleum che avvampa. Li segue, a chiudere il vuoto che lasciano, un personaggio candido a sua volta, che desidera fermare quello spazio, spezzarne il termine di fine, fermarne la bellezza.

Segue gran finale con ballo.
Sono forti gli echi pasoliniani, nume tutelare da anni della compagnia, ma c’è anche il Living e il suo realismo costrizionale. Tuttavia c’è qualcosa di più forte e dirompente di queste ombre letterarie. C’è la potenza immediata, l’urgenza bruciante di questi non-attori dalla fisicità inequivocabile: muscoli, abbronzatura consumata, tatuaggi.

La realtà della vita carceraria è così vincolante che non c’è letteratura da cui si possa partire; la partenza necessaria è la realtà schiacciante, con cui è possibile anche giocare come si gioca col fuoco per far deflagare contraddizioni folgoranti. E lo spettatore si trova in scacco, assoggettato a questi interpreti che non hanno nessuna soggezione, che sembrano sfidarlo con gusto, che sono immediatamente presenti in tutto ciò che fanno, che sono nettamente in una condizione di forza rispetto a lui. Lo spettatore dopo poco ha già perso l’orientamento, vacilla chiedendosi se la storia del carcerato napoletano sia vera o falsa, se è davvero una guardia carceraria quella persona in uniforme che gli sta accanto, se davvero quelle cavità cubiche bianche e chiuse da sbarre sono celle. Ma smettere di porsi la domanda e abbandonarsi a questo sottile senso di pericolo è lo scatto per passare dallo spettacolo all’esperienza.

E anche se questo forse non è uno dei migliori spettacoli della Fortezza, brilla comunque quel respiro che negli anni è riuscito a cambiare radicalmente la natura e l’dea di carcere e di teatro in carcere.

Visto al Festival di Volterra, 28 luglio 2005

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