C’era una volta Augusta, cittadina in provincia di Siracusa, popolata da pescatori e contadini, affacciata su un mare perfettamente intatto: nessuno la conosceva. Poi Augusta è diventata un grande polo industriale, la vita delle persone si è completamente disgregata e la natura è stata devastata: adesso Augusta la conoscono tutti.
Ed è da Augusta che proviene il gruppo dei Mandara Ke, agguerrita realtà teatrale che ha dedicato l’ultimo lavoro alla denuncia del colpevole scempio di Augusta.
Dopo il bello spettacolo «Da faro a faro», dedicato ai fatti del G8 di Genova, i Mandara Ke sono attualmente in tournée con «La miglior vendetta è il successo», scritto a quattro mani da Marcello Cappelli e Alessio Di Modica, rispettivamente anche regista e interprete. Spettacolo che ha ricevuto la segnalazione del Premio Scenario 2003 “per la particolare efficacia e ricchezza espressiva del lavoro di Alessio Di Modica, attore-autore che rilegge sulla scena le possibilità della narrazione teatrale colmandola di visioni che appartengono al degrado di un ambiente urbano e alle sue possibilità di riscatto”.
Il titolo riprende una scritta che campeggia su un muro di Augusta e diventa una massima che richiama tante tappe della storia della cittadina, una frase che torna ma nasconde riferimenti diversi a seconda del momento: cos’era il successo per Augusta negli anni Cinquanta? Probabilmente proprio la nuova industria petrolchimica, che portava ricchezza, benessere, allontanava lo spettro dell’emigrazione forzata. Cos’è oggi il successo per Augusta? Domanda già più difficile. Ma forse per teatranti come Alessio di Modica e Marcello Cappelli la parola successo è qualcosa di preciso: portare il proprio spettacolo nei luoghi dove è più necessario farlo e sentire la risposta del pubblico [sempre numeroso] toccato nel vivo.
E così la tournée che lo spettacolo sta facendo non è una serie casuale di luoghi: se si scorre l’elenco si delinea un pellegrinaggio doloroso tra le glorie della memoria industriale italiana, tra i fantasmi di quello che fu il miracolo economico: dopo Porto Marghera e Noto, a dicembre lo spettacolo sarà a Taranto [sabato 17], Brindisi [domenica 18], Priolo [giovedì 22] – terzo componente del polo industriale con Melilli e Augusta – e nel 2006 a Gela, Milazzo, Livorno, Bagnoli. Nomi evocativi di una precisa Storia italiana. Archeologia industriale ancora in vita.
È una favola corrosa quella che ci viene raccontata: inizia come il più classico spettacolo di narrazione, con l’attore Alessio al centro della scena silenziosa, composto, seduto su una sedia, la camicia “optical” che richiama subito i sogni distorti di quegli anni di rinascita e avidità di riscatto. Ma presto l’equilibrio si scompone e subentra una crescente febbre: come in una favola, in principio c’è dell’incredibile: una raffineria viene smontata pezzo per pezzo in America e rimontata ad Augusta per iniziativa del cavalier Moratti. E di colpo l’America è qui: lavoro per tutti, non più fatica nei campi o in mare, non più emigrazione, frigoriferi pieni e automobili per le strade. Cambia il volto di Augusta, che da cittadina agricola e di pescatori diventa polo industriale all’avanguardia. In nome di questo riscatto, Augusta è pronta a rinnegare il proprio passato e la propria identità, a rinascere dal nulla.
Ma la favola negli anni decade e la stretta è implacabile: l’industria che dava lavoro a diecimila persone adesso ne occupa solo duemila, l’area marina davanti agli impianti è attualmente la più inquinata d’Italia, sono sempre più numerosi tra la popolazione i casi di tumore e malformazioni, solo pochi degli ex pescatori possono adesso permettersi di mangiare nei costosissimi ristornanti di pesce del paese. Il volto di Alessio cambia e adesso si vedono le lacrime e il sudore, prima nascosti dall’entusiasmo. La tragedia si svela del tutto nell’ultima scena, un’enunciazione secca, con microfono e leggio, del racconto dell’esplosione di alcune parti dell’impianto: fuga precipitosa della popolazione, panico, una nuvola nera avvolge Augusta. Si saprà poi che la nube non è tossica, non ci sono stati morti e feriti, l’incendio è stato messo sotto controllo tempestivamente. Ma è solo un presagio di ciò che potrebbe succedere da un momento all’altro.
La giusta causa del racconto non fa sentire i Mandara Ke sollevati dalle responsabilità del linguaggio scenico. La tensione di Alessio non ha cedimenti, la padronanza del corpo che trascorre disinvoltamente dall’impostazione surreale al realismo più toccante, passando per accenni di mimo, è completa. È sostenuto passo passo da un disegno luci evocativo, improntato all’acido, che tiene sempre presente la tragedia dietro la rinascita. Ottima anche la scelta musicale, che sposa l’entusiasmo, ma prevede consapevolmente l’eccesso.
Non è uno spettacolo che offre risposte, l’apertura sul presente è solo un’amara osservazione, ma la stessa esistenza di questa realtà teatrale testimonia una vitalità che sta cercando vie di uscita, che non teme di tirare la fila del proprio passato, traendone un giudizio non superficiale.
Scriveva Arthur Koestler in “Buio a mezzogiorno” che la differenza tra i regimi occidentali e quelli dell’Est Europa è che i primi giudicano le persone in base alle buone intenzioni con cui hanno fatto qualcosa, i secondi in base ai risultati reali di ciò che è stato fatto. Augusta è una ferita aperta su queste due prospettive.
Visto a Roma, Rialto Santambrogio, 25 maggio 2005
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