«Titolo provvisorio: senza titolo» di Antonio Tagliarini

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Antonio Tagliarini nello spettacolo

Quando mi è capitato di vedere «Freezy», il primo lavoro della trilogia di Antonio Tagliarini, artista insolito nel panorama nazionale, era in una saletta del Rialto di Roma, qualche anno fa. Trovai assolutamente esaltante la capacità di Tagliarini di utilizzare e scomporre i linguaggi. Effettivamente, quello che sorprende di più è l’impossibilità di nominare o catalogare in un genere il lavoro di questo giovane artista che ha la capacità di mescolare le forme.
In una girandola di atteggiamenti e punti di vista diversi, gli spettacoli di Antonio Tagliarini passano dallo sketch all’istallazione artistica, dall’happening al pezzo di teatro, per riassumersi in fine in una sequenza di danza che è la sua radice formativa. Questi elementi, che fanno dei lavori di Tagliarini dei piccoli gioielli di performance contemporanea, sono portati alle estreme conseguenze nel suo secondo lavoro «Titolo provvisorio: senza titolo», in scena in questi giorni al Furio Camillo di Roma.

Lo spazio è completamente illuminato, in scena un tavolo, una sedia, una lampada. Tutto è ordinato, in attesa. Entra un uomo. Una cosa tra le cose. Si lascia guardare. Sorride. Si emoziona. Piange. Ogni cosa si sposta, si capovolge.
Un topo è schiacciato, eliminato. Una donna uccide marito e due figli. Un paio di scarpe, false, dialogano tra loro prima di essere esposte in vetrina. Non c’è molto da aggiungere nella descrizione: quello che c’è è davvero poco, ma si trasforma continuamente e si arricchisce di sovrapposizioni di senso e di prospettive. Nulla è raccontato, ma si entra dentro i meccanismi della comunicazione e si ride davvero molto, dei cortocircuiti di senso di questi nostri tempi che Tagliarini sa riassumere con maestria e leggerezza.
In «Freezy» lo spunto parte da Amleto, dal monologo del dilemma. Lo spettacolo inizia celebrando la fine dello stesso. Si parte dalla fine e dopo, come un commento a parte, si genera una ferita, quella dell’assenza, quella strana sensazione nostalgica molto cara alle nostre generazioni, quello strano sapore che ci accompagna come se avessimo perduto qualcosa. In fondo Amleto è senza padre.
Però si ride. Si ride di questo strano personaggio androgino chiuso in un frigorifero, ibernato, anestetizzato che esce per brandire motoseghe o per far passeggiare il suo barboncino in una cornice abacinante e rigorosamente bianca.

In «Titolo provvisorio: senza titolo» l’assurdità del tutto, il ridicolo e il tragico, sono le linee di una performance che in un ironico non sense si sviluppa intorno ad una sola e ossessiva riflessione: “tutto è al contempo vero e falso”.
Una sarabanda di sketch apparentemente slegati tra loro in una non voluta cronologia narrattiva, spezzettamenti che mal coincidono, un murale di Keith Haring, per intenderci. Persone che sembrano ghirigori, passaggi di stato, liquefazioni. Ma questa apparente “surrealtà” precipità in un concentrato acido di realtà dove kamikaze si sostituiscono a modelli da vetrina e la comunicazione cede le consegne al reality show o peggio alla fiction.
Nell’intervallo c’è anche il tempo per avere un gossip ad hoc su «Freezy» direttamente dalla cameriera, così il quadro si completa e Tagliarini ci presenta davvero uno spaccato di quotidianità, tra televisione, rotocalchi e cronaca.
L’abilità di Tagliarini è tutta qui: trattare la realtà con leggerezza, senza la prosopopea di voler raccontare delle storie; anzi il processo sembra inverso, decostruirle e renderle così ancora più evidenti, come una scultura esposta, una pubblicità o come una maceria.

Visto a Roma, teatro Furio Camillo

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