Michele Di Stefano e i suoi Mk debutteranno a giugno con «Tourism», nuova produzione, alla Biennale di Venezia. Formazione tra le più interessanti nel panorama della danza contemporanea, Mk è tra quei gruppi che hanno sentito l’urgenza di abbandonare una costruzione tradizionale a favore di una ricerca multilinguistica e metalinguistica. «Real Madrid» è una delle loro ultime produzioni e il titolo è già emblematico. Si tratta di una didascalia che sarebbe appropriata alla squadra di calcio, ma il suo margine di probabilità si estende, e in scena assistiamo a un esplosione di immagini e suoni che ricordano fatti di terrorismo ben noti.
Il duplice valore della didascalia si rincorre nella formazione in campo dove coppie di performer si avvicendano: due donne, due uomini in giacca e cravatta, due servi muti alla maniera del «No» giapponese, due uomini e, come leggiamo sul programma, potrebbero seguire un numero illimitato di presenze. Dalla perfetta coincidenza dei doppi si crea, lentamente, di coppia in coppia, una discrepanza. Fino a giungere agli opposti: i due uomini sono infatti l’opposto uno dell’altro. Quello di colore è immobile, quello bianco è in continuo ed epilettico movimento.
Palcoscenico vuoto, quintatura nera, un divano anch’esso di pelle nera, lo spettacolo inizia con l’ingresso del performer di colore, dall’aspetto inquietante. Si costruiscono immagini prontamente didascalizzate e in questo lento procedere alfabetico si insinua la frattura del linguaggio: quello che vediamo è effettivamente quello che leggiamo, ma la non perfetta coincidenza tra la realtà e il linguaggio genera il corto circuito che ignoriamo continuamente per scendere a patti con il reale. In questi interstizi di significato, riempiti dalla sostanza sonora, si genera l’anarchia e il rifiuto della comunicazione come trappola o gabbia del pensiero.
Ignorando qualunque regola di costruzione, si viaggia in una sorta di limbo che consuma la catarsi già nelle prime sequenze, dove una musica assordante accompagnata da movimenti frenetici esaurisce qualunque adesione emotiva. Tableau vivant ci riportano a immagini note e consumate che si offrono come pubblicità di se stesse: la foto di gruppo di calciatori, la colazione sull’erba di Monet… Ma sono piccoli inganni per lo spettatore, solo un abbaglio.
Come le lettere dell’alfabeto che si susseguono e che, in una sorta di lezione da abbecedario, si accoppiano con parole che costituiscono il piano di relazione concettuale con quello che si svolge in scena, così i moduli coreografici si alternano alle pose statuarie quasi a coglierne il retro, l’oltre, il divenire. Una costante e continua traduzione che sposta forsennatamente il senso, che rivela l’inganno appunto.
Un osservatore si aggira per la scena, guarda senza enfasi, moltiplica i piani dell’osservazione, assiste.
Lavoro complesso e decisamente intellettuale, che costituisce un po’ la cifra di questa anomala formazione, che nulla concede al procedere organico dell’azione. Azione che invece viene dissezionata, scandita, contraddetta e–in una sorta di rewind–ricapitolata prima del lungo ed efficace assolo di chiusura.
Visto a Roma, Auditourium, febbraio 2006
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