Il regista dell'Accademia degli Artefatti e ideatore della rassegna in programma al teatro India di Roma ci racconta perché è importante proporre sempre nuove pratiche culturali.
Le idee hanno bisogno di una lunga gestazione. Così Short Theatre, indifferente all’esigenza di darsi in consumo, ha atteso di essere un’idea chiara e di trovare qualcuno con capacità produttiva che la accogliesse. L’unico modo per attraversare indenni questo momento è produrre pensiero, sottrarsi alle logiche produttive e promozionali che lentamente trasformano anche il contenuto di ciò che si fa. Questa responsabilità, è vero, è di chi applica politiche culturali poco consone e soprattutto poco progettuali, ma è anche di chi se ne accontenta.
In origine avevamo in mente [uso il plurale, perché i primi a condividere questa idea sono stati gli altri gruppi di areazero6ei] una sorta di work in progress, cioè un periodo piuttosto lungo di lavoro a 360 gradi, dalla produzione di nuovi testi alla loro messa in scena, con un unico punto in comune: rispondere alle provocazioni che della realtà.
Questa tipologia di progetto prevedeva un impegno economico molto elevato senza la certezza di alcun risultato. Quello che in altri momenti non ci avrebbe spaventato [perché chi si confronta con l’arte ha un unico diritto, quello di fallire], in questo momento di grande mortificazione e carenza di spazi e risorse, ci ha fatto prendere una prima decisione: proporre con poco, molto.
Proporre molto per noi significa mettere in campo idee. Rispondere con un’azione e non con una rassegnata sottomissione. Quello che vale la pena ricordare è che dietro ogni spettacolo c’è del lavoro, fatto sì con passione, ma comunque lavoro, e come tale va remunerato e riconosciuto. Il mercato teatrale in Italia non esiste. Stando a questa semplice regola nessuno potrebbe fare. Allora bisogna fare.
Tempo fa chiedo un appuntamento con Giorgio Albertazzi, l’attuale direttore artistico del Teatro di Roma. Non lo conoscevo, men che meno lui me. Sorprendentemente mi riceve di lì a breve. E sorprendentemente si lascia subito affascinare dal progetto che gli propongo. Sottolineo la sorpresa: mai in passato sono riuscito a incontrare qualcuno che ricoprisse una carica di rilievo così rapidamente. Ho dovuto ripensare le mie idee sull’età dirigenziale: in Italia [in tutti i campi] c’è sì il brutto vizio di non dare responsabilità ai giovani, ma forse le idee “vecchie” non vanno di pari passo con l’età anagrafica.
Nell’incontrare persone e vedere spettacoli abbiamo constatato che molti artisti, anche di estrazione e linguaggi diversi, quasi naturalmente stavano confluendo verso una ritrovata necessità di indagine politica dell’arte. La nostra idea era proprio quella. Così abbiamo scelto ciò che ci sembrava più aderente al tema, senza la velleità di proporre il nuovo o il meglio, ma proponendo uno sguardo trasversale.
Uno sguardo più profondo è stato possibile soprattutto sul territorio di Roma, ma anche lì non abbiamo mai pensato di selezionare il meglio della capitale, ma solo quello che rispondeva al bisogno di riformulare un’idea radicale di rappresentazione del reale e di tutte le sue smagliature. La guerra, l’immigrazione clandestina, l’identità, il corpo, rigurgiti di fascismo e di totalitarismo, la comunicazione e l’orientamento di pensiero… più che narrazioni, abbiamo cercato spunti, domande aperte, inquietudini.
In origine c’era l’idea di commissionare vere e proprie produzioni. Un atto più “politico” forse, ma le risorse sarebbero bastate per pochi. Questo, se la memoria non m’inganna, è quello che spesso già succede.
Short Theatre non è un festival né una rassegna, non prevede automaticamente la possibilità di ripetersi [proprio come fu quando inventammo Extraordinario dieci anni fa]. Importante o meno che sarà il risultato, questo appuntamento dovrebbe essere soprattutto un’occasione, una delle tante, in una città che guarda con un occhi all’Europa e con l’altro al proprio ombellico. Alla politica delle vetrine e dell’evento, Roma può e deve rispondere costruendo percorsi più complessi, che restituiscano al teatro e all’arte quel senso sociale e civico che gli appartiene: meno preoccupazione di esibire contemporaneità, semmai più interesse a parlare con e alla contemporaneità.
Ci auguriamo è che Short Theatre diventi una modalità possibile, un invito alle realtà produttive a essere più presenti, un invito alle altre compagnie a essere di stimolo alle strutture, che magari sono disponibili più di quello che pensiamo. Mettersi in discussione è sempre un esercizio importante.






