«Dux in scatola» di Daniele Timpano

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Daniele Timpano

Un uomo vestito di nero e un baule. È tutto quello che serve per mettere in scena la storia post-mortem di Mussolini Benito, in arte duce del fascismo, inscatolato ad uso e consumo della platea come i tanti souvenirs tutt’oggi in vendita a San Cassiano di Predappio, nei pressi del cimitero, nei negozi che vendono [legalmente?] chincaglierie con la «sua» effige. Come il manganello «me ne frego», lungo 35 centimetri e con su scritto, appunto, il noto motto fascista: 12 euro e 50 più Iva.
Daniele Timpano, autore e attore dal piglio surreale, non è nuovo a operazioni di tipo metateatrale. Ma se in «Caccia ‘l drago», dove raccontava più o meno a braccio una novella di Tolkien, erano soprattutto il rapporto col pubblico e la sua vis comica a farla da padrone, in «Dux in scatola» tenta la carta d’autore mettendo, anche qui, in gioco se stesso. Come espediente narrativo. È il teatrante trentenne e la sua gita di documentazione a Predappio che esce dalle maglie del racconto, così come il contrasto tra il corpo di Timpano – l’esatto contrario dell’ideale atletico fascista – e la figura del duce [o meglio, dei suoi resti] che pure interpreta.
Il duce di Timpano e una «materia decomposta e riplasmabile»: più che il vero Mussolini, è la proiezione che la moltiplicazione
all’infinito della sua immagine, nei filmati d’epoca e nelle ricostruzioni televisive, ha prodotto nell’immaginario di chi non ha vissuto quell’epoca, nemmeno nei racconti dei genitori. In questo modo la storia «necrofila» del cadavere del duce – trafugato nel 1946 dal cimitero lombardo da militanti di estrema destra, nascosto per undici anni in un monastero e infine seppellito nella tomba di famiglia, a Predappio, grazie a uno squallido accordo elettorale tra la Dc e il Msi, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso – assume un valore che va al di là della sua oggetiva assurdità. Il cortocircuito metateatrale tra Daniele Timpano e il cadavere del duce mette in luce un’altro cortocircuito, reale e visibile: quello tra la cultura italiana, reazionaria, papalina e sessista, e il fascismo che dice di aver superato.
L’operazione di Timpano è l’esatto contario del teatro di narrazione, che fa leva su un’identificazione del pubblico con le tesi dello spettacolo, da cui si esce indignati ma soddisfatti. «Dux in scatola», invece, resta nell’ambiguità, svelando nel paradosso l’ambiguità culturale che ogni giorno fingiamo di non vedere. Una scelta costata qualche critica, ma che costituisce la cifra originale di uno spettacolo divertente e acuto, ottima prova di una voce sempre più in crescita nel panorama della ricerca italiana.
A un anno di distanza dal debutto [vedi l’intervista su Carta 44 del 2005], «Dux in scatola» diventa un libro pubblicato da Coniglio editore, con la postfazione di Antonio Audino, in libreria da ottobre.

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