Santarcangelo 06. La scena e la realtà

Santarcangelo06

L’ultimo festival di Santarcangelo non è stato solo un’occasione per vedere cosa si muove nell’ambito del teatro di ricerca, ma anche un momento di confronto e discussione, per parlare di ciò che c’è attorno all’elaborazione dell’arte performativa, troppo spesso schiacciato nella dimensione espositiva, dell’«evento». Una riflessione stimolata dal festival e raccolta nel volume «Scritti sulla contemporaneità» [Fandango libri], curato dai direttori artistici Olivier Bouin e Paolo Ruffini.
Tanti protagonisti della scena e del pensiero filosofico-antropologico contemporaneo, da Jean Bodrillard a Rodrigo Garcìa, da Pippo Delbono a Massimo Canevacci, tracciano un flusso multiplo di riflessioni attorno all’idea di contemporanetà, arte e spettacolo, in un’epoca che ha visto tramontare la dialettica tra avanguardie [temine non a caso militare] e accademie, parallelamente al declino del mito della costruzionie di un’est-etica e una società alternative attraverso la presa del potere.
Non è un caso, allora, che la riflessione sul rapporto con un reale fluttuante ed evanescente sia lo spunto che apre il libro, nel contributo dell’Accademia degli Artefatti. Per la compagnia romana, protagonista della scena «visionaria» degli anni novanta, oggi «l’immagine sostituisce l’immaginazione» perché il nostro rapporto con la realtà è perennemente mediato, quando non esplicitamente manipolato. La fine dell’epoca post-moderna del «frammento» ha dato vita a «una realtà più forte della sua provocazione», polarizzata tra uno status quo che agonizza ma non muore, e un popolo di eterni giovani che ha superato la quarantina «corrotti dall’estetismo». Una dinamica su cui riflette anche il regista Alessandro Berti [«ho un età che in Italia mi fa apprtenere ancora per una quindicina d’anni alla categoria dei giovani»], auspicando una via ulteriore tra la filosofia occidentale prosciugatasi nella «piscologia americanizzante» e la spiritualità orientale banalizzata nella new age [«Quando vedo un italiano che diventa buddista la mia prima reazione è chiedermi: perché non stoico o epicureo?»]. La soluzione potrebbe essere secondo Berti nel recupero dell’autenticità di queste discipline, ammansite dalla società mercantile, che – per Massimo Ilardi – è divenuta il regno dell’assoluta incertezza, non più governata dalle forme «imperiali» né dalle multitudini.
In questo panorama, sottolinea Viviana Gravano, è il concetto stesso di spettacolo a essersi dilatato e confuso col quotidiano: gli «eventi» sono il sale del consenso della politica e dei suoi protagonisti, che ci relegano in «architetture effimere e virtuali che eliminano qualsiasi categoria di spazio e tempo». Uno spettacolo in cui il pubblico è solo «spettatore passivo». Allora è la confusione tra i piani dell’artista [attivo] e dello spettatore [utente] il margine di libertà che apre la scena contemporanea. La confusione dei ruoli permette di confrontarsi di nuovo con «la realtà». Perché il vero nodo – per dirla con gli Artefatti – è parlare alla contemporaneità, non di
contemporaneità: «Quest’ultimo è un problema di riviste di moda».

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