Numero quattordici 2007/2008
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Sommario

Tor Vergata è la seconda università di Roma, un piccolo mondo a se stante all’altezza dell’uscita Romanina, sul raccordo anulare. Una giungla di vetro e cemento, c’è l’Ikea, l’università e qualche ufficio. In uno dei palazzoni dell’università, alto sette piani, imponente in lungo e in largo, vivono da due anni centinaia di persone.

Ospiti della puntata:Emanuele, Michele, Lucia, abitanti del palazzo alla Romanina
Mussie Zerai, ass. Habesha

Non è quantificabile il numero esatto, saranno 600, forse 700. Dentro alle aule contrassegnate da etichette di alluminio con su scritto letteratura italiana, storia medievale, storia contemporanea, gli abitanti dell’ex palazzo dell’università si sono inventati la propria casa. Ai primi piani gli ultimi arrivati, sistemati alla bella e meglio su letti di fortuna, venti trenta per ogni aula, agli ultimi piani chi è arrivato da più tempo, e che ha avuto modo di costruirsi dei mini appartamenti.

Sono tutti africani, e tutti rifugiati politici. vengono dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia, dal Sudan. ognuno di loro ha una storia diversa alle spalle, ma una parte del loro percorso di vita li accomuna: è l’arrivo in Italia e l’accoglienza italiana. Quasi tutti sono arrivati con una barca, hanno attraversato il mediterraneo e sono sbarcati in Sicilia, qui dopo una permanenza di qualche settimana nei centri di permanenza siciliani si sono spostati a Roma.

Molti di loro, appena arrivati, sono venuti a vivere qui, in questo ex istituto universitario del municipio X di Roma . Mussie Zerai, dell’associazione Habesha, ci ha raccontato come è iniziata la storia di questo palazzo.

Circa un mese fa al secondo piano è scoppiato un incendio. Un incidente. I vigili del fuoco sono arrivati dopo cinque ore, quando le fiamme erano gia state spente. Fortunatamente, nessuno è rimasto ferito. Il Comune ha colto la palla al balzo: “non c’è sicurezza là dentro, meglio staccare la corrente elettrica”. Così oggi si vive senza luce. c’è solo l’impianto di emergenza, a cui tutti tirano con prolunghe chilometriche, ovviamente la corrente è insufficiente, e anche l’impianto di emergenza salta ogni minuto.

E’ una prassi ormai consolidata questa del comune, quando dal Gabinetto si decide di porre fine a una occupazione, si cominciano a uno a uno a staccare i servizi di base. Prima l’ acqua calda, poi la luce, poi l’acqua corrente.

Parliamo con Emanuele, Sofia, Michele, Lucia, si presentano con nomi italiani e in effetti parte di loro ha sangue italiano che gli scorre nelle vene. Sono etiopi e eritrei, paesi che per decenni sono stati colonie d’ Italia, e hanno padri, madri, nonni italiani. Quando vivevano nella loro patria andavano al cinema Roma, mangiavano spaghetti nei ristoranti, hanno imparato da artigiani nostrani l’arte del cesellare, della muratura e della falegnameria.

La storia è strana, ora loro sono in Italia e vivono una vita non vita, sono rifugiati politici ma lo stato italiano non gli rilascia i documenti, perciò non riescono a trovare lavoro, e non riescono a trovare neanche una casa. Loro dicono di fare una vita peggio di quella dei cani.

Sembra tutta una grande trappola. Una volta arrivati in Italia, lo Stato ha registrato le loro impronte digitali. In base agli accordi di Berlino, una persona registrata in un paese europeo non può spostarsi in un altro paese. Chi ci prova, viene immediatamente respinta nella nazione in cui sono state registrate le impronte.

A cura di Marzia Coronati

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