RadioCarta - le ultime puntate

Numero diciassette 2007/2008

Sommario

L’ultima puntata di Radio Carta racconta un viaggio, il viaggio che affrontano migliaia di persone dall’Eritrea fino all’Italia. La redazione di Radio Carta vi da appuntamento a prestissimo con il nuovo formato, Radio Cartoline.

Ospiti della puntata:
Mussie Zerai, ass.Habesha
Migrante dal Cpt libico (la testimonianza è stata raccolta da Fortresse Europe)
Romeo Cavallin ( In un’intervista del 28 ottobre 2004, Cavviln allora, vice comandante della Guardia di Finanza a Lampedusa, è stato intervistato dal giornalista Roman Herzog)

Il primo ostacolo si incontra al confine con il Sudan. Qui l’esercito ha l’ordine di sparare a chi attraversa la frontiera. Poi il difficile soggiorno in Sudan, il deserto, le carceri in Libia e alla fine la traversata del mediterraneo. Dall’Eritrea alla “fortezza Europa”, un lungo viaggio raccontato da Mussie Zerai, presidente dell’associazione Habesha

Mussie Zerai, dell’associazione Habesha, è a Roma dal 1992. Quando è arrivato in Italia dal suo paese, l’Eritrea, possedeva un visto regolare e il viaggio lo ha fatto a bordo di un aereo.

Oggi, ci racconta Mussie, qualsiasi eritreo che vuole raggiungere l’Europa deve prima di tutto attraversare la frontiera tra Eritrea e Sudan. <La legge che vige in Eritrea dice che chiunque al di sotto di 50 anni per gli uomini e 40 anni per le donne non può lasciare il paese, per cui si è costretti a fuggire di nascosto, spesso corrompendo le guardie per non essere fcilati, perchè l’ordine del governo è quello di sparare a chi tenta di superare la frontiera>, dice Mussie.

Una volta in Sudan, gli eritrei si ritrovano spesso abbandonati a se stessi, l’unica cosa su ui possono contare è la solidarietà, nella speranza che chi è partito prima di loro li ospiti sotto un tetto così da raccimolare qualche soldo per continuare il viaggio. Spesso il governo sudanese, di concerto con quello eritreo, organizza delle retate per rimpatriare i migranti. Le persone in Sudan non si sentono sicure e sono incentivate a proseguire il viaggio verso Nord. <Se ci fossero la possibilità di presentare la richiesta d’asilo in Sudan, con un programma di rinsediamento nei paesi europei, tanti rischi si eviterebbero>, continua Mussie.

Dopo il Sudan, l’ostacolo successivo è il deserto. Un’insidia gigante, <spesso c’è una vendita dei migranti. Paghi per andare dal Sudan alla prima città che si incontra, Cufra per esempio, però poi a metà strada l’autista che hao pagato ti fa scendere e tu dovrai pagare di nuovo a un secondo autista, se non hai i soldi rimani lì, nel deserto>. Molti di loro vengono presi dai militari e trattenuti in una delle 21 carceri della Libia, finanziate anche dal governo italiano, dopo essere stati ripuliti di tutto quello che hanno. Anche qui si conta sulla solidarietà di parenti e amici per farsi finanziare la liberazione e il proseguo del viaggio, cioè la traversata del Mediterraneo.

La traversata del Mediterraneo, l’unica parte del percorso dei migranti africani di cui parlano i media e i giornali italiani, è solo
un altro ostacolo a cui ne hanno preceduti tanti altri.

A cura di Marzia Coronati

Numero sedici 2007/2008

Sommario

C’è chi, pur chiuso dentro a un carcere, continua a sentirsi libero dentro, e esprime la sua libertà attraverso l’arte. In questa puntata di Radio Carta, la penultima della stagione prima di partire con un nuovo formato di storie dal mondo, vogliamo parlarvi proprio di questo tipo di arte, l’arte che nasce e si crea tra le quattro mura di un istituto di detenzione.

Ospiti della puntata:

Fabio Cavalli, direttore artistico di “Carcere e teatro”

Sasà Striano, attore teatrale

Rudi Maltese, Banco del mutuo soccorso

Khaldoun ha interpretato il protagonista del testo di Jean Genet: “Giovane criminale”

La colonna sonora della puntata è dei Presi per Caso

Tra tutte le iniziative che esistono, e sono tante, dai laboratori di scrittura creativa, a quelli di arti pittoriche e di artigianato, noi abbiamo deciso di presentarvene una in particolare. E’ la rassegna “Teatro e carcere”, proprio in questi giorni in scena al teatro Eliseo di Roma.

“L’obiettivo della rassegna è duplice”, ci ha raccontato il direttore artistico, Fabio Cavalli, “da una parta far conoscere la realtà del carcere al mondo e dall’altro portare il mondo di fuori dentro; portando le compagnie teatrali che esistono in quasi tutte le carceri italiane, scegliendo le più qualificate e dandogli l’occasione di andare in scena in diversi teatri italiani”.

La rassegna ha debuttato con un monologo interpretato da Sasà Striano, un giovane ex-detenuto napoletano, si tratta del giovane criminale, un opera di Jean Genet, del 1948, scritta per la radio francese ma che le emittenti non trasmisero mai. Su quella censura lo stesso Genet scrisse queste righe:

La Radio francese mi aveva offerto una delle sue trasmissioni dette “Carte Blanche”. Ho accettato con l’intenzione di parlare dei giovani criminali. Il mio testo, che in un primo tempo era stato accettato, è stato ora respinto. Più che fierezza ne sento una certa vergogna. Avrei voluto far ascoltare la voce del criminale. E non il suo lamento, ma il suo canto di gloria. Me lo impedisce un’inutile ansia di essere sincero, ma di essere sincero non tanto per l’esattezza dei fatti quanto per fedeltà a quei toni un po’ rochi che soli potevano esprimere la mia emozione, la mia verità, l’emozione e la verità dei miei amici. I giornali si erano già stupiti che un teatro fosse stato messo a disposizione di uno scassinatore–e di un omosessuale. Quindi non posso parlare davanti ai microfoni nazionali. Ripeto che ne provo vergogna. Sarei comunque rimasto nel buio ma sul limitare della luce e indietreggio nelle tenebre da cui ho fatto tanti sforzi per strapparmi.
Il discorso che leggerete era stato scritto per essere ascoltato. Lo pubblico ugualmente ma senza la speranza di essere letto da quelli che amo.

Genet il carcere lo aveva vissuto e in quell’opera indagava nel fondo dell’essere criminali, un testo irriverente di cui vogliamo riproporvi uno dei passaggi, forse più, significativi:

“Se la vostra è un’anima bassa, allora chiamate pure incoscienza il movente che porta al delitto o al crimine un ragazzo di quindici anni, io a quel movente do un altro nome. Perché ci vuole una bella faccia tosta, un bel coraggio per opporsi ad una società così forte, alle istituzioni più severe, a leggi protette da una polizia la cui forza risiede tanto nel timore, favoloso, mitologico, informe che causa nell’animo dei ragazzi, quanto nella sua organizzazione.
Ciò che li porta al crimine è il sentimento romanzesco, cioè la proiezione di sé nella più magnifica, nella più audace, insomma nella più pericolosa delle esistenze. Traduco per loro perché hanno il diritto di usare un linguaggio che li aiuti ad avventurarsi… Dove? Non lo so. Non lo sanno neanche loro, anche se la loro fantasticheria vuole essere precisa, ma lontano dalle vostre case. E mi chiedo se voi non li perseguitate anche per dispetto, perché vi disprezzano e vi abbandonano. Oggi, poiché è stato permesso, grazie a non so quale errore, ad un poeta che fu dei loro, di parlare a questo microfono, voglio ripetere ancora una volta la mia tenerezza per questi ragazzini spietati. Non mi faccio illusioni. Parlo nel vuoto e nel buio, tuttavia, magari soltanto per me, voglio ancora insultare coloro che insultano”.

Anche i Presi per caso, che, ricordiamolo, hanno fatto da colonna sonora a questa puntata, fanno teatro. “Facciamo teatro e suoniamo rock” dicono. “Raccontiamo storie che parlano di carcere. E lo facciamo col sorriso. Perché, spesso, ridendo si riflette meglio”.

Noi abbiamo parlato con Rodolfo Maltese, dei Banco del mutuo soccorso, che ha collaborato più volte con i Presi per caso. “I Presi per caso hanno un linguaggio forte, sono molto spontanei, insieme abbiamo passato dei momenti belli”.

Ricordiamo che questa sarà la penultima puntata di Radio Carta, dal 21 febbraio potrete ascoltare sempre sulle stesse frequenze il nuovo formato sempre a cura della redazione di Amisnet si chiamerà radio cartoline e racconterà storie e pezzi di vita dal mondo, iniziando da un ciclo di corrispondenze provenienti dall’Africa, più precisamente dal Burkina Faso.

Sperando che il prossimo formato vi soddisfarà come questo, e più di questo…. appuntamento alla prossima settimana per l’ultima puntata di Radio Carta……

Numero quindici 2007/2008

Sommario

In questa puntata ritorniamo a parlare di un tema a noi molto caro, la questione dell’acqua, un bene pubblico, il bene comune più prezioso, che ormai da anni nel nostro paese viene gestito attraverso sistemi particolari, società misto pubbliche private dove i privati traggono i guadagni e prendono le decisioni e il pubblico ci mette i soldi. In questi giorni sta riempiendo le cronache dei giornali il caso di Acqualatina, la società che gestisce i servizi idrici nella provincia di latina, sette dirigenti sono finiti agli arresti domiciliari per diversi reati come cercheremo di spiegare nel corso della puntata, ma vedremo anche che il meccanismo messo in piedi da Acqualatina si ripete con dinamiche molto simili in altre regioni di Italia.

Ospiti della puntata:

Andrea Pellegrino, giornalista

Enzo Vitalesta, associazione Yaku

Marco Bersani, Forum dei movimenti per l’acqua

Acqualatina spa, la società che gestisce il servizio idrico a Latina e provincia, pochi giorni fa ha subito l’arresto di alcuni dei suoi più alti dirigenti. Le ipotesi di reato sono quelle di associazione a delinquere, truffa aggravata, falso ideologico e abuso d’ufficio. Un’ indagine partita nel 2002 che si è risolta con sei arresti nel 2008. Il business dell’acqua è un business sicuro. Se ci sono delle perdite, chi ci mette i soldi sono i cittadini dei Comuni, a suon di aumenti di bollette.

Acqualatina è una società mista pubblica privata, pubblica al 51% e privata al 49%, una società che gestisce l’Ato 4 la provincia di Latina, più due comuni di Roma, Anzio e Nettuno. All’interni di queste società dato il carattere pubblico, le gara d’appalto dovrebbero essere di evidenza pubblica, trasparenti per tutti i cittadini, ma i proprietari della quota privata di Acqualatina, Veolia, Siba, Enel Hydro, affidavano “in house”, cioè a sé stessi, alcuni appalti, come quelli per i depuratori o i sistemi informatici. Saltando tutte le gare d’appalto che dovrebbero essere fatte.

I magistrati hanno analizzato decine e decine di appalti, individuando mail e telefonate che mettevano in luce questi affidamenti “in house”. In alcune e-mail intercettate i pm della procura di Latina dei manager emerge che la parte pubblica, pur avendo la maggioranza, non decide nulla, da solo le garanzie politiche. La multinazionale Suez, che ha l’8% delle quote Acea, può nominare due dirigenti all’interno del consiglio di amministrazione, che è composto da nove consiglieri.

Tra i consiglieri di amministrazione di Acqualatina arrestati c’è Raimondo Luigi Besson. Besson è anche amministratore delegato di Sorical spa, società che gestisce il servizio idrico in Calabria, il 75% delle quote della Sorical appartengono a Veolia, uno dei soci di parte privata di Acqualatina. Non solo. Besson è consigliere di amministrazione di Acea Ato2, gestore del servizio idrico nell’Ato2.

Il coordinamento romano acqua pubblica, dati i recenti eventi giudiziari relativi ad Acqualatina spa, ha chiesto le immediate dimissioni del consigliere di amministrazione di Acea Ato 2, Raimondo Besson. in quanto risultano venuti meno quegli elementi di legalità e trasparenza necessari ad una corretta interpretazione della carica da lui ricoperta.

Attualmente ACEA, è presente in quattordici diversi ATO attraverso partecipazioni dirette e indirette nei soggetti gestori, distribuiti in prevalenza nell’Italia centrale; quotata in borsa, è il primo operatore nazionale nel mercato dei servizi idrici ; è partecipata per l’ 8,5 % di capitale dalla SUEZ Environnement, la seconda grande multinazionale dell’acqua, francese che ha deciso di entrare in ACEA proprio per la sua “aggressività” nella penetrazione nel mercato del servizio idrico in Italia.

Acea fa parte di Umbria Acque SPA (attraverso CREA) per il 40% circa, dopo l’unica gara di affidamento che si è svolta lo scorso 2007 Attualmente ACEA, è presente in quattordici diversi ATO attraverso partecipazioni dirette e indirette nei soggetti gestori, distribuiti in prevalenza nell’Italia centrale; quotata in borsa, è il primo operatore nazionale nel mercato dei servizi idrici ; è partecipata per l’ 8,5 % di capitale dalla SUEZ Environnement, la seconda grande multinazionale dell’acqua, francese che ha deciso di entrare in ACEA proprio per la sua “aggressività” nella penetrazione nel mercato del servizio idrico in Italia.

Il 22 novembre del 2007, per violazione dell’articolo 81 del trattato dell’Unione Europea, una sentenza dell’antitrust ha condannato ACEA al pagamento di una multa di 8 milioni e 300 mila euro e SUEZ Environnement a 3 milioni di euro in merito alla partecipazione al bando di concorso vinto per la gestione dell’ATO 3 in Toscana.

A cura di Marzia Coronati

Numero quattordici 2007/2008

Sommario

Tor Vergata è la seconda università di Roma, un piccolo mondo a se stante all’altezza dell’uscita Romanina, sul raccordo anulare. Una giungla di vetro e cemento, c’è l’Ikea, l’università e qualche ufficio. In uno dei palazzoni dell’università, alto sette piani, imponente in lungo e in largo, vivono da due anni centinaia di persone.

Ospiti della puntata:Emanuele, Michele, Lucia, abitanti del palazzo alla Romanina
Mussie Zerai, ass. Habesha

Non è quantificabile il numero esatto, saranno 600, forse 700. Dentro alle aule contrassegnate da etichette di alluminio con su scritto letteratura italiana, storia medievale, storia contemporanea, gli abitanti dell’ex palazzo dell’università si sono inventati la propria casa. Ai primi piani gli ultimi arrivati, sistemati alla bella e meglio su letti di fortuna, venti trenta per ogni aula, agli ultimi piani chi è arrivato da più tempo, e che ha avuto modo di costruirsi dei mini appartamenti.

Sono tutti africani, e tutti rifugiati politici. vengono dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Somalia, dal Sudan. ognuno di loro ha una storia diversa alle spalle, ma una parte del loro percorso di vita li accomuna: è l’arrivo in Italia e l’accoglienza italiana. Quasi tutti sono arrivati con una barca, hanno attraversato il mediterraneo e sono sbarcati in Sicilia, qui dopo una permanenza di qualche settimana nei centri di permanenza siciliani si sono spostati a Roma.

Molti di loro, appena arrivati, sono venuti a vivere qui, in questo ex istituto universitario del municipio X di Roma . Mussie Zerai, dell’associazione Habesha, ci ha raccontato come è iniziata la storia di questo palazzo.

Circa un mese fa al secondo piano è scoppiato un incendio. Un incidente. I vigili del fuoco sono arrivati dopo cinque ore, quando le fiamme erano gia state spente. Fortunatamente, nessuno è rimasto ferito. Il Comune ha colto la palla al balzo: “non c’è sicurezza là dentro, meglio staccare la corrente elettrica”. Così oggi si vive senza luce. c’è solo l’impianto di emergenza, a cui tutti tirano con prolunghe chilometriche, ovviamente la corrente è insufficiente, e anche l’impianto di emergenza salta ogni minuto.

E’ una prassi ormai consolidata questa del comune, quando dal Gabinetto si decide di porre fine a una occupazione, si cominciano a uno a uno a staccare i servizi di base. Prima l’ acqua calda, poi la luce, poi l’acqua corrente.

Parliamo con Emanuele, Sofia, Michele, Lucia, si presentano con nomi italiani e in effetti parte di loro ha sangue italiano che gli scorre nelle vene. Sono etiopi e eritrei, paesi che per decenni sono stati colonie d’ Italia, e hanno padri, madri, nonni italiani. Quando vivevano nella loro patria andavano al cinema Roma, mangiavano spaghetti nei ristoranti, hanno imparato da artigiani nostrani l’arte del cesellare, della muratura e della falegnameria.

La storia è strana, ora loro sono in Italia e vivono una vita non vita, sono rifugiati politici ma lo stato italiano non gli rilascia i documenti, perciò non riescono a trovare lavoro, e non riescono a trovare neanche una casa. Loro dicono di fare una vita peggio di quella dei cani.

Sembra tutta una grande trappola. Una volta arrivati in Italia, lo Stato ha registrato le loro impronte digitali. In base agli accordi di Berlino, una persona registrata in un paese europeo non può spostarsi in un altro paese. Chi ci prova, viene immediatamente respinta nella nazione in cui sono state registrate le impronte.

A cura di Marzia Coronati

Numero tredici 2007/2008

Sembra quasi che ci stiamo facendo trasportare dal corso di un fiume in queste ultime puntate di Radio Carta. Le storie, i racconti, le voci ci conducono per un percorso che quasi sembra già scritto, una strada che si costruisce spontanea da sola come un bosco. Dalle storie di migranti, immigrati in Italia e emigrati dall’Italia, che sono state protagoniste delle ultime settimane, nell’ultima puntata abbiamo discusso di lavoro: rappresentanza sindacale, condizioni lavorativi, accessibilità al mondo del lavoro, oggi viaggiamo sulle stesse frequenze, continuiamo a parlare di lavoro: lo facciamo raccontando tre storie, tre storie italiane, in tre periodi storici diversi. Storie di fabbriche e operai, di uomini e donne che lasciarono la falce al posto del martello, storie di paesi che il ferro dell’industria modella, trasforma, crea e distrugge.

Ospiti di questa puntata, in ordine di apparizione la scrittrice Veronica Raimo, il regista Daniele Gaglianone e lo scrittore Christian Raimo.

1. Le gomme di Cisterna

La storia delle gomme di Cisterna di Latina inizia nel 65, nell’epoca dell’industrializzazione dell’Agro Pontino, in quella zona rurale del basso Lazio che comincia a industrializzarsi. Arrivano le grandi fabbriche americane: la Findus, la Slim e arriva la Goodyear. Uomini maschi cominciano a gravitare in quella zona bonificata, alla Goodyear arrivano operai anche dalle Marche e dall’Abruzzo, l’assetto sociale si ribalta, nasce una coscienza collettiva nuova: non ci si sposta più a Roma per andare a lavorare perchè c’è bisogno di braccia proprio lì in paese. All’inizio la fabbricaera stata vista come una manna dal cielo, ci racconta Veronica Raimo, scrittrice che ha seguito da vicino il caso della Goodyear di Cisterna, spirito aziendale molto forte, tornei aziendali, operai che vedevano il gran premio che correva su pneumatici Goodyear. Ma negli anni ‘80 qualcosa cambia. Un lavoratore si ammala e un operaio cerca di fare luce sulla malattia dell’operaio, è Agostino Campagna.

Agostino è solo nella sua battaglia, ma al tempo anche il caso di tumore rimane isolato e unnico. L’operaio riceve una modesta cifra di denaro e l’avvenimento viene messo a tacere. Dopo 30 anni la fabbrica viene chiusa: i 17000 pneumatici prodotti dalla Goodyear non sono più competitivi. Da un giorno all’altro gli operai, come tutte le mattine si alzano per andare a lavoro e trovano sui cancelli della fabbrica un comunicato con su scritto . era il 99, erano passato trenta anni da quando la Goodyear aveva aperto i battenti a Cisterna, trenta anni, caso strano, è il periodo medio di incubazione del tumore per esposizione a sostanze tossiche.

Le mille famiglie che gravitano intorno all’industria della gomma si ritrovano all’improvviso senza più entrate. gli operai per protesta decidono d’incatenarsi alle sbarre.Durante quei 170 giorni di catene e picchetti fuori dalla fabbrica, uno dopo l’altro cominciano a morire di tumore altri operai. Agostino è in contatto con un avvocato, Mario Battisti, che gli suggerisce di raccogliere le cartelle cliniche di chi ha contratto la malattia per capire se sussistano gli estremi per una denuncia. Agostino bussa porta a porta alle case degli ex-dipendenti Goodyear, e alla fine si ritrova in mano più cartelle di quante avrebbe mai immaginato. appunta tutti i nomi su un’agenda, divisi in due sezioni, chi è deceduto e chi è stato operato. I numeri parlano chiaro: 120 morti e più di 60 operati. La verità comincia a venire a galla, e così anche la coscienza del paese. Ancora oggi i processi sono in corso, e centinaia di famiglie aspettano una risposta da quella che per 30 anni è stata chiamata .

2. Colori velenosi

“L´ambiente è altamente nocivo, i reparti di lavorazione sono in pessime condizioni e rendono estremamente gravose le condizione stesse del lavoro. I lavoratori vengono trasformati in autentiche maschere irriconoscibili. Sui loro volti si posa una pasta multicolore, vischiosa, con colori nauseabondi e, a lungo andare, la stessa epidermide assume disgustose colorazioni dove si aggiungono irritazioni esterne” sono le parole di un testo della Camera del Lavoro di Torino del 1956 nell´ambito dell´inchiesta parlamentare sulle condizioni di lavoro in fabbrica all´IPCA, la fabbrica di colori di Ciriè.

l’Ipca aveva aperto i battenti nel 1922,di proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, la fabbrica produceva colori fatti con sostanze come la beta-naftilamina (benzidina) e aniline. Dopo alcuni anni le prime avvisaglie di malesseri da parte degli operai, e poi la terribile malattia: il cancro alla vescica, li chiamavano “pissabrut”, gli urina rosso. Nel 1968, due operai Albino Stella e Benito Franza ci vollero vedere chiaro. Loro che, dopo essersi licenziati, scoprirono che la malattia li stava pian piano uccidendo, armati di taccuino, cominciarono l´indagine nei cimiteri della zona, annotando i nomi di tutti i compagni di lavoro morti. Ne risultarono la bellezza di 134 solo dal 1968 al 1972.

Con la preziosa testimonianza di Franza e stella iniziò così un processo che portò, nel 1977, alla condanna a sei anni di carcere per omicidio colposo i titolari e i dirigenti dell´azienda. Da una ricerca dell´INAIL, le vittime di tumori alla vescica tra gli ex dipendenti dell´IPCA risultarono essere 168. In seguito a questa vicenda e alle mutate condizioni di competitività commerciale, l´IPCA fallì e cessò definitivamente l´attività nell´agosto del 1982. Questo caso di Ciriè fu la pietra miliare che diede il via a nuove legislazioni nell´ambito della sicurezza del lavoro fino ad arrivare alla normativa europea numero 626 o il decreto 25 del 2002 sui rischi chimici.

3. La città sotto terra

51 chilometri da Roma, un fiume, una ferrovia, una pianura. Un luogo perfetto per fondare nel 1912 la BPD, la Bomprini Parodi Delfino, uno stabilimento di produzione di esplosivi industriali e militari, propellenti, polveri e munizioni da caccia e da tiro. e nasce così Colleferro, nel 1935, nasce sul tecnigrafo dell’architetto Morandi e grazie agli incarichi dettati dal senatore e imprenditore Parodi Delfino che insediò la fabbrica negli antichi possedimenti venduti dai Doria-Pamphili. Così le maestranze specializzate nella fabbricazione di materie chimiche ed esplosive , con le famiglie, giunsero da ogni parte d’Italia (in particolare dalle Marche, dalla Toscana, dall’Umbria e dai vicini territori: contadini e pastori da Segni e dagli altri centri dei Monti Lepini). nel 1940, l’Italia mussoliniana si imbarca nel lampo piu’ lungo della storia. E la fabbrica assume una sua indiscutibile importanza strategica. poi la guerra: Gli addetti della Bpd sono esonerati dai combattimenti: continuano a produrre armi sotto la supervisione dei tedeschi. Poi un giorno il cielo si stria di aerei, iniziano i bombardamenti, : le cave di pozzolana vengono riconvertite in rifugi. Una struttura ipogea, un groviglio di gallerie sotterranee, ogni volta che l’allarme suona le persone scappano nelle cave.

A cura di Marzia Coronati

Numero dodici 2007/2008

Nella prima punata del 2008, torniamo a parlare dei migranti. Affrontiamo la questione “sicurezza sul lavoro” dal punto di vista degli stranieri che lavorano in Italia. La democrazia italiana da spazio alla rappresentanza dei migranti nel mondo del lavoro? Quanti migranti militano nei sindacati?

Ospiti della puntata:

Abdou Faye, Alef
Fabrizio Molina, Nessun luogo è lontano
Lanfranco Caminiti, Maleppeggio
Alessandro Leogrande, Lo Straniero

Abdou Faye è il vicepresidente dell’Alef, l’ associazione dei lavoratori emigrati del Rriuli Venezia Giulia; l’Alef dal ‘99 ha iniziato un progetto di prevenzione sugli infortuni sul lavoro e sulla sicurezza per gli stranieri. Più che agire quando l’infortunio è già avvenuto, ci si era accorti che era necessario prevenire e creare le basi affinchè gli incidenti fossero evitati. Una volta che il progetto ha preso piede, il materiale informativo di sensibilizzazione sulla conoscenza dei propri diritti sul lavoro è stato tradotto in 12 lingue, e sono stati formati nuovi mediatori per venire incontro al più ampio numero di comunità possibili presenti nella regione. Un melting pot ricchissimo quello in Friuli, dove arrivano migranti dall’ Albania, Romania, Ex-Jugoslavia, e poi dal Ghana, Nigeria, Senegal, ma anche dal Sud America, soprattutto i figli di immigrati italiani che rientrano dall’Argentina e dal Venezuela. Il progetto consiste, oltre nella distribuzione del materiale informativo, di corsi per sensibilizzare sulla consapevolezza dei propri diritti proprio all’interno dell’azienda. Una realtà multisfaccettata quella che ci racconta Abdou, fatta di aziende favorevoli a una formazione ai lavoratori sui loro diritti e aziende invece piu restie al fatto che i loro dipendenti diventino consapevoli

Il problema è più diffuso, se cioè la sicurezza non viene percepita come diritto fondamentale ma solo come un costo sarà difficile ottenere risultati concreti e in soldoni diminuire il numero degli infortuni sul lavoro o peggio delle morti bianche. La onlus Nessun luogo è lontano, attiva in diversi progetti con i migranti che vivono a Roma, ha lanciato una campagna chiamata Democracy Building, per imparare a costruire la democrazia appunto. <L’Italia sta vivendo una deficit di democrazia molto grave>, dice il presidente di Nessun luogo è lontano, Fabrizio Molina. <Assistiamo alla sostituzione della demagogia con la democrazia: si fanno i consiglieri aggiunti invece di consentire il diritto di voto agli stranieri, si fanno le liste per farli votare alle primarie, ma nulla per farli votare al comune, solo insegnando ai migranti a essere protagonisti della politica si potranno fare davvero dei passi avanti>, sostiene Molina. Insomma gli immigrati in Italia sono poco protagonisti delle decisioni, poco partecipi, in primis ovviamente perchè non esistono le basi per rendergli facile questo percorso.

Sul numero della rivista mensile il maleppeggio del febbraio scorso lo scrittore Alessandro Leogrande ha pubblicato un reportage sulla rappresentanza sindacale degli stranieri nelle aziende edili italiane. gli abbiamo chiesto di farci una fotografia della presenza dei migranti nei sindacati. Il lavoro sindacale è difficile per tutti dove il lavoro è precario, dice Leogrande, la mancanza di alternativa per i migranti però rende ancora più difficile la militanza sindacale, come allo stesso Leogrande ha raccontato un sindacalista rumeno. Già fare i sindacalisti è molto difficile, per uno straniero poi è ancora piu complicato, sia perchè ci si muove in condizioni di gravi disagio, sia per la questione della lingua, che non è da sottovalutare. Non solo, la forma di militanza sindacale classica esiste solo nelle grandi aziende e non nelle piccole, che spesso lavorano in subappalto per le più grandi. Minimo contrattuale, forme di garanzia classiche, non sono le uniche vertenze a dovere essere affrontate dai lavoratori stranieri, nel caso del lavoro edile la questione della sicurezza è la più scottante: solo nel Lazio di media 12 persone all’anno muoiono nei cantieri.
Anche secondo Leogrande i problemi sorgono molto più a monte, nel mondo dell’edilizia ad esempio siamo di fronte a una destrutturalizzazione del lavoro. Non esistono più la maestranze di un tempo, racconta Leogrande. <E’ vero che non esiste piu il rapporto di una volta tra capomastro e allievo, ma la mescolanza di comunità nei cantieri porrta anche a una mescolanza di tecniche, quindi porta anche dei vantaggi> ci dice Lanfranco Caminiti.

Numero undici 2007/2008

Care radio, cari ascoltatori, per questa puntata pre-natalizia Radio Carta ha deciso di lasciare sotto i vostri abeti due doni: due regali sonori tratti dai numerosi contributi che Amisnet ha ricevuto in occasione della Giornata Internazionale dei Migranti, il 18 dicembre. Qua sotto, dopo una breve descrizione di ogni audio, c’è il solito player per ascoltare o scaricare l’mp3. La redazione di Radio Carta vi augura buon ascolto! La prossima puntata sarà il 9 gennaio. A risentirci nel 2008!

Via del campo

Scampoli di quotidianità del campo rom più affollato di Milano
Un anno dopo l’incendio che un gruppo di italiani ha appiccato contro le tende dei rom di Opera, Radio Popolare propone un appuntamento quotidiano sulla vita nei campi nomadi. La colazione dopo una notte in un container metallico, l’attesa del bus per andare a scuola, il pagamento delle bollette della luce, la spesa al supermercato, i compiti e i giochi dei bambini, i programmi televisivi preferiti, come arredare una roulotte, le riunioni con la Casa della Carità e le discussioni con i vigili, le partite a carte…. scampoli di quotidianità del campo rom più affollato di Milano, quello di via Triboniano. Un campo dove i rom hanno stretto un patto di legalità con il comune di Milano. Un programma a cura di Nello Avellani e Claudio Agostoni.

Pesci fuor d’acqua

Questo documentario racconta la storia di Magdalena, indigena Tolupan, rifugiata politica in Italia, ed una delle migliaia di persone che vivono nel dipartimento di Yoro, nell’Honduras, che da decenni lotta contro le multinazionali di estrazione dei metalli preziosi. Acque inquinate, terre ormai sterili, aerei che innaffiano i campi di veleno: è questo lo scenario attuale in cui vive il popolo Tolupan della tribù Calendaria che ogni giorno deve fare i conti con le minacce di imprenditori che, spalleggiati dal governo dell’Honduras, hanno come unico obiettivo cacciare i nativi dalle loro terre in nome del profitto.

A cura di Marzia Coronati

Numero dieci 2007/2008

Sommario

Domenica Mumia Abu Jamal, scrittore e giornalista statunitense, attivista delle Pantere Nere, la storica organizzazione rivoluzionaria dei neri degli Stati Uniti nata alla fine degli anni ‘60, inizierà il ventisettesimo anno di detenzione nel braccio della morte della prigione statale di Greene, Pennsylvania. Risale, infatti, al 9 dicembre 1981 il suo arresto a Philadelphia durante un alterco con il poliziotto Daniel Faulkner.Per ricordare questo anniversario abbiamo raggiunto Silvia Baraldini, anche lei componente del partito rivoluzionario delle Black Panther e che fu condannata nel 1983 a una pena cumulativa di 43 anni di carcere negli Stati Uniti da cui è stata scagionata solo un anno fa. Proprio questa settimana la Baraldni ha ricordato la storia di Mumia attraverso un articolo pubblicato da Latinoamerica e ai nostri microfoni ripercorre il caso Mumia.Il movimento di liberazione stava conoscendo negli anni ‘60 un rapido sviluppo grazie all’opera di attivisti come Malcolm X e Martin Luther King .La peculiarità delle Pantere però fu quella di rifiutare le istanze nonviolente e integrazioniste di King. Al principio della nonviolenza le Pantere sostituirono quello dell’autodifesa (self-defence) come strumento di lotta fondamentale.
Altra peculiarità del Black Panther Party fu la lettura della discriminazione dei neri all’interno di un’ottica marxista-leninistica di lotta di classe, e quindi di opposizione alla struttura capitalistica della società statunitense. Molti di loro finirono in carcere o nel braccio della morte, come ci ha raccontato Bianca Cerri, americanista.Oggi Mumia combatte contro tutte le condanne a sfondo politiche che considera ingiuste e ha posto la sua firma sotto la Lettera Aperta al Procuratore Generale degli Stati Uniti, esigente l’immediata liberazione di cinque cubani combattenti contro il terrorismo. Come ci racconta sempre Bianca Cerri. Una situazione che sembra aggravarsi dopo l’11 settembre del 2001 come ci confermano sia Silvia Baraldini che Bianca Cerri.Nella seconda parte della trasmissione andiamo al 1927 . Questa volta i protagonisti della storia che vi vogliamo raccontare, anche loro finiti nella rete della giustizia americana per le loro ideologie politiche, sono due emigrati italiani, molti di noi li conoscono, si chiamavano Sacco e Vanzetti, noi abbiamo raggiunti telefonicamente Matteo Marolla, dell’associazione Sacco e Vanzetti e ci siamo fatti raccontare la loro storia.

Ospiti della puntata:

Silvia Baraldini, ex detenuta politica
Bianca Cerri, americanista
Matteo Marolla, ass. Sacco e Vanzetti

Numero nove 2007/2008

Si chiama Arctic Sunrise la rompighiaccio che in questi giorni naviga le acque del Meditteraneo. Sul fiancata verde un arcoblaleno e una colomba. questa nave che un tempo serviva per cacciare le foche nel 1995 è stata comprata dall’associazione ambientalista greenpeace. Oggi la rompighiaccio è nel mediterraneo e sta portando avanti una serie di azioni di stampo ambientalista indirizzate soprattutto a sensibilizzare sulla questione del carbone. Rendere arido, questa l’etimologia della parola carbone e in effetti sembra che proprio l’anidride carbonica sprigionata dal combustibile sia la causa principale di inquinamento e cambiamenti climatici. Nel mondo il 39% dell’energia elettrica è prodotta dal carbone. Il carbone infatti alimenta le caldaie delle centrali termoelettriche, l’acqua scaldata produce vapore, il vapore raggiunge una turbina e la fa ruotare, alla turbina infine è collegato l’alternatore che produce energia elettrica.
L’ultime azioni il 4 dicembre quando gli attivisti hanno raggiunto tre navi carboniere attraccate al largo del porto di Brindisi–Oriental Sun, Yusho Spica e Tpc Arirang–dipingendo sulla fiancata il messaggio “Coal kills climate”.

Tra il 1946 e il 1960, oltre 230.000 giovani uomini lasciarono un’Italia semi-distrutta da una guerra persa ed affluirono in Belgio a seguito di quello che è passato alla storia come accordo minatore-carbone: cinquantamila lavoratori italiani in cambio della fornitura mensile di carbone belga, a condizioni convenienti, per ogni mille lavoratori inviati.

Secondo i dati forniti dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, furono 867 i minatori morti nelle miniere belghe dal 1946 al 1963, di cui oltre 250 tra il 1950 ed il 1953. La miniera di Marcinelle, in particolare, non era stata concepita per il passaggio simultaneo di condotte idrauliche, elettriche e dell’olio sotto pressione, come invece avveniva.

In funzione dal 1822, le sue attrezzature non erano state modernizzate e nessuna protezione anti-incendio era disposta sul fondo. Le porti frangi-fiamma erano in legno e le maschere antigas non erano previste. Due incidenti gravi vi erano già occorsi: nel primo (1906) avevano trovato la morte venti minatori, nel secondo (1930) quaranta. Nulla però fu fatto per evitare la sciagura, diventata la più conosciuta della storia mineraria (la più grande tragedia, almeno in tempi moderni, si è invece consumata a Corrières, nella regione francese del Pas de Calais, con 1376 morti).

Nessuna responsabilità fu attribuita alla società titolare del Bois du Cazier, nonostante l’accertamento di numerose negligenze a carico della stessa. Come è successo tante volte e succede ancora, anche a Marcinelle si preferì addebitare la sciagura ad errore umano

Ospiti della puntata:

Francesco Tedesco, Greenpeace
Luca Vullo, regista
Paola Cecchini, scrittrice

Numero otto 2007/2008

Scende in piazza il popolo dell’acqua, lo farà a Roma, il prossimo primo dicembre in occasione della manifestazione nazionale dell’acqua. Appuntamento alle 14, 30 in piazza della Repubblica.

Ospiti della puntata: Enzo Vitalesta, associazione Yaku–Marco Bersani, Attac–Antonio Amati, Comitato per l’Aniene–Mariano Danieli, canoista.

Lo scorso anno in tutta Italia sono state raccolte firme per una legge per la ripubblicizzazione dell’acqua. Bel 406.626 italiani hanno partecipato e messo la loro firma per far si che l’acqua, bene comune per eccellenza, non fosse oggetto di nessuna privatizzazione.
Oggi a distanza di quattro mesi dalla fine della raccolta firme, chi ha messo la firma ci metterà anche la faccia, sfilando in un grande corteo per ribadire ancora una volta che l’acqua è un bene di tutti
tra le istanze del popolo dell’acqua:
a) l’immediata approvazione della legge d’iniziativa popolare;
b) fondi in Finanziaria per il risparmio idrico e per il riammodernamento delle reti idriche;
c) gestione pubblica e partecipata dai lavoratori e dalle comunità locali

Una vicenda che affonda le radici a piu di dieci anni fa, questa della privatizzazione dell’acqua, quando cioè i governi si sono accorti che l’acqua era un bene indispensabile ma non così facilmente gestibile e usufruibile da parte di tutti. Nasce cosi l’idea dell’acqua come una merce: il petrolio del XXI secolo.
Così in diverse parti del pianeta l’acqua, ormai nella mente dei più un bisogno e non un diritto, ha cominciato ad essere privatizzata: in Inghilterra sono stati venduti i servizi d’acquedotto e depurazione; in Francia le imprese diventano concessionarie del servizio idrico; le società pubbliche di gestione cominciano a diventare società per azioni, in cui spesso entra a far parte un socio privato.

L’ideologia delle privatizzazioni si basa sugli assunti fondamentali che l’ingresso dei privati sia auspicabile perchè migliora il servizio, lo rende piu efficiente, e perchè il prezzo che si forma sul mercato è il più adatto perchè riassume tutte le informazioni necessarie per effettuare una scelta nel suo utilizzo che rifletta la scarsità del bene: questa è la cosiddetta teoria di pareto. Il popolo dell’acqua al contrario ritiene che questa teoria, che altro non è che il sistema di mercato, non può funzionare per un bene ambientale come l’acqua appunto. Il mercato quantifica ciò che quantificabile non è. Il mercato non tiene conto delle generazioni future, il mercato non tiene conto dei benefici che ha l’acqua sull’ecosistema, il mercato non tiene conto dei costi sociali che l’utilizzo della risorsa determina su altre persone che non siano il compratore e il venditore.

Ma molti governi queste considerazioni non le hanno volute prendere in esame e sono andati avanti come treni nel senso della privatizzazione.
In Italia, la privatizzazione è passata attraverso una serie di normative, come per esempio la legge galli, che hanno permesso di trasformare le imprese municipalizzate in società di capitali con presenza di privati. Cosi su e giu per lo stivale le aziende municipalizzate sono diventate spa: da ASA a Livorno, a Acqualatina nella provincia di Frosinone, a Siciliacque Spa in Sicilia. Tra i casi più eclatanti: il caso della Acea: l’Acea è un’azienda al 51% pubblica e al 49% privata. L e bollette che paghiamo dunque oltre ai costi di gestione del servizio, comprendono anche l’arricchimento dei pochi azionisti che sono, oltre al comune di Roma, il gruppo Caltagirone e il gruppo suez, la più grande multinazionale dell’acqua.
E’ proprio notizia di questi giorni l’approvazione al senato della moratoria che blocca gli affidamenti per un anno dei servizi idrici sia a pubblici che a privati. Il blocco serve a prendere tempo in vista di una nuova normativa sulla gestione del servizio idrico, che il popolo dell’acqua e anche noi ci auguriamo sia la legge di iniziativa popolare.

Ma le privatizzazioni danni negativi gia li hanno fatti, come nel caso dell’Acea Spa, il 28 novembre davanti alla sede centrale dell’ex-municipalizzata un presidio munito di megafono e fischietti manifestava contro una gestione idrica scellerata da parte dell’azienda.
Acea come Azienda Caltagirone Energia e Ambiente, dicono i manifestanti, visto che sembra che le scelte piu importanti le prenda proprio Caltagirone.
Tra i presidianti, il Comitato Aniene, allarmato dall’ultimo tentativo della azienda di ottenere dalla regione la concessione di un ulteriore prelievo di acqua dalla sorgente più importante dell’Aniene, l’affluente del Tevere, quando il fiume è già a grave rischio di collasso ambientale per mancanza d’acqua , Antonio Amati, presidente del Comitato per l’Aniene.

La puntata è a cura di Marzia Coronati

Numero sette 2007/2008

Sommario: Antica Sartoria Rom In vista del corteo previsto per il 24 novembre a Roma, una manifestazione contro la violenza maschile sulle donne, in questo speciale in rosa partiamo con un’intervista alla sottosegretaria alle pari opportunità Donatella Linguiti . E poi ,nella seconda parte della trasmissione raccontiamo una storia le cui protagoniste sono un gruppo di donne aspiranti sarte, tirocinanti presso l’Antica Sartoria Rom di Roma

La violenza sulle donne miete ancora oggi, piu vittime delle guerre dei cancri, degli incidenti stradali. Si pensi che in Italia sono quasi sette milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una violenza fisica e sessuale. Per un totale di oltre 200 stupri al giorno ogni anno.
Per prevenire, informare, formare, la finanziaria 2008 destinerà 20 milioni di euro. “Dobbiamo attivare azioni di prevenzione e formazione” dichiara la sottoministra alle pari opportunità Donatella Linguiti, “molte donne si “abituano” alle violenze che subiscono e non si scandalizzano più. Dobbiamo tornare a scandalizzarci!”.
Appuntamento sabato 24 novembre iln piazza della Repubblica a Roma. Alle 14,00 comincerà a sfilare un corteo che vede tra le protagoniste oltre quattrocento tra associazioni femminili, femministe e lesbiche, e poi i centri antiviolenza, le donne dei sindacati, dei movimenti e dei partiti.

Ospite della prima parte della puntata: Donatella Linguiti, sottoministra alle pari opportunitàAl 954 di via Nomentana, a Roma, c’è una cooperativa, sul citofono spicca una scritta colorata: antica sartoria rom; all’interno di questo un piccolo caseggiato giallo tra macchine da cucire, manichini, merletti pezzi e paillettes lavora alacremente un gruppo di ragazze. Sono Magdalena, Milassa, Melida, Gabia, alcune delle alunne del corso di primo livello della sartoria. Chi supera il corso, viene assunto con un contratto a cinque mesi, una novità per molte di queste ragazze, che vivono in Italia da 5, 7 10 anni e che nè in Romania nè in Italia sono riuscite ad ottenere un lavoro a contratto.I disegni dei modelli sono presi da vecchie foto di donne rom, dai racconti che le più giovani si fanno faare dalle donne piu anziane, dai documenti sulla cultura rom che la cooperativa raccoglie. Poi c’è la ricerca delle stoffe, nei negozi e nei mercati, e dopo si da inizio al lavoro di sartoria.

Ospiti della seconda parte della puntata: le stagiste della sartoria: Magdalena, Melida, Milassa, Gabia; l’insegnante Carmen Rocco

Numero sei 2007/2008

Sommario: per questa sesta puntata, abbiamo deciso di proporvi uno speciale su Genova 2001, in vista della mobilitazione del prossimo 17 novembre. Da oggi a sei anni fa, un tuffo nei movimenti di piazza che sfilavano quel 21 luglio e che scenderanno per le vie di Genova il prossimo sabato e un tributo a quel pezzo di storia attraverso le voci, i suoni, le testimonianze registrate proprio in quel giorno da RadioGap, l’emittente che faceva informazione in diretta dalla scuola Diaz, fino a quando la polizia non fece irruzione costringendo gli speaker a interrompere le trasmissioni.

Ospiti: Milena Zappon, tra le promotrici della mobilitazione e RADIO GAP, che con i propri contributi audio ha permesso la realizzazione di questa puntata.

Si è conclusa la requisitoria che vede imputati 25 manifestanti di Genova 2001. Per i 25, un cumulo di 225 anni di carcere per saccheggio e devastazione. A novembre toccherà alle arringhe difensive e quindi la sentenza, verosimilmente entro la fine dell’anno. Tornare a Genova si rende necessario, e subito. Appuntamento sabato 17 novembre a piazza del principe.

“E’ vero. Vi è una storia delle lotte, dei movimenti, delle persone, e una storia del potere. Su questo non vi è dubbio, e Genova lo conferma. La storia del potere è spesso scritta per via giudiziaria. I Pubblici Ministeri che hanno accusato di devastazione e saccheggio 25 manifestanti e che mantengono, per ora, nei loro cassetti centinaia di procedimenti aperti contro altrettanti partecipanti alle manifestazioni contro il G8, sintetizzano bene nelle loro requisitorie questa pratica. Riscrivere, modificare, stravolgere ciò che è accaduto per tentare non solo di cambiarne il senso, ma anche per rimuovere quelle anomalie che rappresentano il segno tangibile della crisi di un sistema. ”

Inizia così il bellissimo appello, che conta centinaia di adesioni.E’ il primo di una serie, un invito a tornare a Genova, il 17 novembre, e scendere in piazza. Gli autori e i firmatari dei comunicati sono i manifestanti di Via Tolemaide, e tutti quei singoli che credono che sia necessario scendere in piazza a Genova, senza simboli e senza bandiere, perchè la storia è fatta dalle persone. La storia siamo noi.

Numero cinque 2007/2008

Nella quinta puntata, a Radio Ozio ascoltiamo una narrazione del Calderon, tragedia pasoliniana sull’impossibilità della rivoluzione nei nostri tempi in scena nella settimana dell’anniversario. A Macroscopio parliamo di Aldo Bianzino, morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre scorso all’interno dell’istituto di pena “Capanne” a Perugia, in circostanze per ora del tutto oscure.

Sommario

Aldo Bianzino era entrato in quel carcere circa 24 ore prima, arrestato con l’accusa di coltivare piante di cannabis presso la propria abitazione.Il suo corpo è stato ritrovato nella cella inanimato, la testa rivolta dalla parte dei piedi.

Al momento dell’arresto, è’ notizia certa che Aldo, un quarantenne dall’esistenza tranquilla e la vita appartata, così come lo raccontano i parenti, era in ottima salute. Cosa è’ successo quella notte? Aldo era detenuto in una cella di isolamento o si trovava con altri detenuti? Quali sono gli esiti dell’esame autoptico eseguito sulla salma?

Se si pensa di trovare una risposta queste domande o un chiarimento sui giornali o in tv, ci si sbaglia di grosso. Di Aldo Bianzino se ne èì parlato veramente poco, e aldilà di qualche coraggiosa cronaca locale, degli articoli pubblicati sul sito dell’agenzia stampa Lettera 22 e di uno spazio di Repubblica dedicato al caso dieci giorni dopo la morte di Aldo, il resto dei media ha mantenuto un imbarazzante silenzio stampa.

Oggi amici e parenti hanno creato un comitato verità’ per Aldo e chi vuole sostenere la causa o solo informarsi, capire qualcosa di più di questa misteriosa vicenda può visitare il blog veritaperaldo.noblogs.org. Anche le associazioni che si occupano dei diritti dei reclusi guardano attonite il silenzio dei media.

Questa inchiesta non puo finire nel nulla. Il sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi,nonostante l’obbligo di non lasciare dichiarazioni perchè’ le indagini sono in corso, considera l’accertamento della verità’ “un punto di onore irrinunciabile”.

“il recluso è’ morto a seguito di lesioni e di colpi subiti”-ci dice Manconi, aiutandoci a fare luci sul caso.
Dunque si e’ trattato di un malore, e si può escludere anche la possibilità di un suicidio. La sua morte insomma non è’ dovuta alla responsabilità di un singolo, ma ad una responsabilità istituzionale.

Intanto sul tavolo del Senato approdano due interrogazioni al ministro della giustizia, una presentata da Rifondazione e l’altra presentata dal senatore Mauro Bulgarelli. Bulgarelli non solo chiede di fare luce sull’accaduto, ma accende i riflettori anche sotto un altro aspetto inquietante della vicenda, il fatto che i familiari a dieci giorni dall’accaduto ancora non avevano potuto vedere la salma.

Troppi particolari inquietanti, troppi diritti violati. Per questo oggi il caso di Aldo è’ diventato, da fatto di cronaca italiano, anche un dossier del Comitato europeo per la prevenzione della tortura che, sollecitato da “Antigone” ha già’ risposto che l’istituzione di Strasburgo che fa capo al Consiglio d’Europa se ne occupera’.
Il protocollo opzionale alla convenzione Onu contro la tortura, che l’Italia ha firmato ma non ratificato, ma che è’ già entrato in vigore, prevede l’istituzione di un meccanismo nazionale di controllo delle carceri. In Italia il disegno di legge che contempla l’introduzione di un garante nazionale dei diritti dei detenuti giace ancora in parlamento. Le associazioni di diritti sono scettiche sull’approvazione di questa proposta di legge. Abbiamo chiesto a Manconi che fine ha fatto quel disegno.

Ospiti della puntata: Luigi Manconi,sottosegretario giustizia ; Susanna Marietti , Antigone

Chiudiamo questa puntata con un appuntamento.

Il comitato “Verità per Aldo” indice una manifestazione nazionale a Perugia per il prossimo 10 novembre 2007 ( alle ore 15 da Piazzale Bove) per sollecitare una risposta chiara e pronta da parte delle istituzioni, affinché’ sia fatta luce su questa vicenda.

Numero quattro 2007/2008

Radio Ozio

Dieci anni fa moriva di Aids l’immortale Fela Anikopulo Kuti, padre dell’Afrobeat , Black President del movimento antigovernativo nigeriano, musicista e compositore che ha ispirato intere genererazioni, anche oltreoceano. Breve storia di un moderno griot.

A cura di Chiara Dalmaviva

Macroscopio

Nella scorsa puntata di Macroscopio ci eravamo occupati di centri di permanenza temporanea in Italia, quei centri cioè dove vengono trattenuti i migranti che non hanno le carte in regola, oggi nella quarta puntata ripercorriamo il viaggio di chi giunge in questi centri, ci spostiamo cioè in Libia.
La Libia è un punto di transito dei migranti provenienti da vari paesi dell’Africa, come Ghana, Eritrea, Etiopia, Somalia, che cercano di raggiungere l’Europa. Il percorso a ostacoli inizia dai viaggi attraverso il deserto per entrare in Libia, una volta raggiunto il paese poi il rischio di essere arrestati e espulsi è grande; infine, chi sopravvive a queste imprese, dovrà prepararsi al viaggio in mare, e all’accoglienza in Europa

Una ventina di carceri etniche per un totale di 60000 detenuti, tre volte circa i 22000 migranti trattenuti in Italia, 14.500 persone abbandonate in mezzo al deserto lungo la frontiera libica dal 1998 al 2003, questi sono solo alcuni dei dati riportati da un recente studio pubblicato da Fortress Europe, il blog che da anni segue le vicissitudini delle rotte dei migranti.

Frontex , l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, pubblica rapporti che rimangono segreti, tace sulle pratiche di maltrattamenti e di pestaggi portati avanti dalle autorità libiche e denunciati più volte da diverse ong, e oggi chiede anche alla Libia di farne parte. Non solo, l’Unione europea ha offerto al paese anche l’istallazione di un sistema di sorveglianza elettronica lungo la sua frontiera meridionale.

L’Italia, d’altronde, fa anche di più: nel 2003 Roma spedisce oltremare gommoni fuoristrada mute da sub binocoli e mille sacchi per cadaveri. Secondo il rapporto della Missione europea in Libia del 2004, tre dei centri di detenzione libici sono stati finanziati dall’Italia.

Ospiti della puntata

Gabriele Del Grande, Fortress Europe

Tana De Zulueta, deputata della Repubblica Italiana

Numero tre 2007/2008

Sommario:
Nella terza puntata di Radio Carta, la storia di radio La Colifata, la radio argentina che da 16 anni trasmette dall’ospedale neuropsichiatrico di Buenos Aires. A Macroscopio, dieci anni della Turco-Napolitano. In chiusura, Mario il Precario, con la seconda parte dell’intervista a Ascanio Celestini.

Radio Ozio
Nella puntata di Radio Ozio di questa settimana ascoltiamo una storia tutta argentina, quella di Radio La Colifata, che da 16 anni trasmette dal cortile del ospedale neuropsichiatrico Jose Borda.

Ospiti della puntata: Valentina Monti, regista

A cura di Chiara Damaviva

Macroscopio
Nella terza puntata di Macroscopio, dirigiamo la nostra lente di ingrandimento su un tema a noi molto caro: la questione migranti. Il suicidio di due ragazzi poco piu che ventenni nel centro di permanenza temporaneo di Modena a inizio ottobre è il triste spunto per riprendere a parlare delle politiche sull’accoglienza dei migranti.

Ospiti della puntata: Cristian Massimo, Melting Pot

A cura di Marzia Coronati
in redazione: Valentina Vella

Mario il Precario
La seconda parte dell’intervista ad Ascanio Celestini, che presenta il film-documentario Parole sante. Il film racconta la storia dei precari del call-center Atesia, il più grande d’Italia. Una storia di auto-organizzazione che mette in luce come i sindacati ormai non bastano a rappresentare i lavoratori.

Numero due 2007/2008

Sommario: Nella seconda puntata della stagione, la precarietà abitativa dopo il decadimento del blocco sfratti; i precari Atesia nel documentario di Ascanio Celestini; la storia delle radio pirata.

Ospiti della puntata:
Bartolo Mancuso, Action
Michele, movimento lotta per la casa di Cosenza
Ascanio Celestini, cantastorie

Numero uno 2007/2008 di Radio Carta

Sommario: Nella prima puntata, il festival Cinemambiente. La vicenda Dal Molin, nuovi blocchi “preventivi” all’aeroporto Dal Molin da parte dei presidianti che si oppongono al progetto di trasformazione dell’aeroporto, a Vicenza, in una base aerea militare statunitense . In chiusura, Mario il Precario, la voce dei lavoratori precari, racconta la vicenda dei 914 lavoratori Vodafone improvvisamente “esternalizzati”.

Ospiti della puntata: Silvia Taborelli, responsabile ricerca film del Festival Cinemambiente, Olol Jackson, del movimento No Dal Molin, Chiara Spadaro, Carta, Roberto Di Palma, delegato Rsu Vodafone

Numero trentaquattro 2006/2007 di Radio Carta

Nell’ultima puntata della stagione, un bilancio di un anno segnato dalla lotte per riacquisire spazi di democrazia. Le radio libere. I diritti conquistati nel 2007.

Sommario: Un best of della quarta stagione di Radio Carta. Da Vicenza a Serre, passando per il comitato no coke. Poi le voci libere della radio dagli anni ‘70 ad oggi. Le conquiste di chi lotta per i propri diritti, dai migranti agli antipro. In chiusura, l’ultimo appuntamento con il Contagocce, la rubrica sull’acqua in collaborazione con il Comitato acqua bene comune.
In redazione: Marzia Coronati, Giuliano Santoro

Numero trentatre 2006/2007 di Radio Carta

I processi di Genova 2001. Il triste racconto della “macelleria messicana”

Sommario: nella penultima puntata della stagione andiamo in Liguria, le deposizioni nelle sale del tribunale di Genova per i fatti del g8 2001 infatti continuano. Un poliziotto ha finalmente dichiarato davanti al giudice quello che si sapeva da sei anni ma che nessun membro della forza dell’ordine aveva avuto il coraggio di dire: nella notte del 21 luglio, nell’istituto Diaz, si è assisitito a scene da “macelleria messicana”. In chiusura poi il penultimo appuntamento con il Contagocce la rubrica di Amisnet in collaborazione con il comitato acqua bene comune che oggi approfondirà uno degli aspetti della proposta di legge popolare sulla ripublicizzazione del sistema idrico: la partecipazione attiva degli abitanti agli atti di gestione del servizio.

Ospiti della puntata: Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e giustizia Genova

In redazione: Marzia Coronati, Giuliano Santoro, Francesco Diasio

Numero trentadue 2006/2007 di Radio Carta

Un documentario sul GI moviment e un libro sulle fabbriche recuperate

Sommario: Si chiama “Sir no sir” il documentario dello statunitense Zeiger che racconta la storia del GI moviment, quel movimento dei soldati della guerra del Vietnam che decisero di fermare la macchina della guerra dal suo interno. Il pluripremiato lungometraggio sarà proiettato il 17 giugno alle 22.30 presso il centro sociale Strike di Roma.
“Sin Patron” è una guida delle fabbriche recuperate in Argentina a cura del collettivo di giornalisti La Vaca. Oggi questa guida è arricchita da quattro esperienze italiane di imprese recuperate e edita dalla Gesco con il titolo “Sin Patron/Senza Padrone”.
In chiusura, il contagocce, che in questa non apuntata racconta due esperienze di privatizzazione del sistema idrico nel sud e nel nord del mondo.

Ospiti della puntata: Guido Piccoli, giornalista e scrittore, Sergio Ciancaglini giornalista del collettivo La Vaca

In redazione: Marzia Coronati, Giuliano Santoro, Chiara Dalmaviva, Francesco Diasio, Leopoldo Calabria

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