Socio Subito

Lasciate che vi racconti una storia. Forse è interessante, ma dovete portare pazienza, i dettagli sono importanti. I personaggi della storia sono una ventina circa di persone, età media poco sopra i trent’anni, ma solo perché alcuni di loro alzano la media, dato che sono oltre i cinquanta o nei pressi.

Di questi meno giovani uno è chi scrive, l’altra è Anna, il terzo è Marco. Il sottoscritto compare in pubblico come «direttore», più che altro per via dei decenni di mestiere e perché la legge vuole che ce ne sia uno. Anna è una «border line»: non perché in passato si è molto occupata di psichiatria [come di sanità, di scuola e di molte altre cose] ma per il fatto che da un paio d’anni è consigliera regionale [del Lazio], cavia di un esperimento: una persona che ha partecipato a una quantità di movimenti, come ad esempio a suo tempo il Genoa social forum, mette il piede nella porta della democrazia rappresentativa affinché non si chiuda in faccia ai cittadini normali. L’altro «anziano», che nutre una passione per la Patagonia e per tutto ciò che le sta intorno [l’America latina, gli indigeni, i piqueteros argentini, ecc.], si difende ogni giorno da commercialisti e revisori di bilanci, consigli di amministrazione e somme che non tornano, «clienti» [parola che detestiamo] della pubblicità e creditori impazienti: ha insomma accettato di immolarsi nella trincea più pericolosa, anche se la metafora militare non gli piacerebbe.

I personaggi più interessanti sono gli altri, gli «under» qualcosa, variamente al lavoro, a tempo pieno o collaboratori, di cui dirò alcune cose con una certa discrezione. Attorno al tavolo del «desk», che coordina quel che facciamo, ci sono Enzo, Gianluca e Giuliano. Più di recente si è aggiunta Sarah, mentre Rosa al momento è assente giustificata: ha una gran pancia e tra un po’ inaugurerà il suo secondo bambino. Enzo l’abbiamo conosciuto al manifesto, il quotidiano dove noi anziani abbiamo lavorato a lungo [in tre, un totale di circa sessant’anni]: era precario, ma sapeva che restando lì prima o poi sarebbe stato assunto, invece ha pensato bene di correre i suoi rischi venendo con noi. Ha una passione per l’Economist e la Bbc on line: nessuno è perfetto. Gianluca si presentò da sé, subito dopo la comparsa del primo numero sperimentale di Carta, nel 1998: veniva dai cattolici di base del suo quartiere romano, la mitica Pietralata, disse che Carta lo entusiasmava e noi ci chiedemmo: «Che cosa abbiamo fatto?». Ora Gianluca è il custode dei cantieri sociali, della decrescita e di un sacco di altre faccende poco «di sinistra». E ha battuto Rosa sul tempo: ha già due bambini e la cosa ci preoccupa, quando gli stipendi zoppicano.

Giuliano è cosentino [come Enzo], venuto a Roma per studiare e finito a frequentare cattive compagnie, i centri sociali: come gli dico spesso, soffre della sindrome di quelli che erano bravi in italiano scritto al liceo [ne soffro anch’io], e ciò nonostante ha appena fatto l’esame da giornalista, che in sé è un orrore [l’Ordine, ma vi rendete conto?], e però nessun giovane lo fa più perché i grandi editori amano i precari a oltranza: Giuliano è già il quarto di Carta.

Sarah e Rosa avrebbero dovuto coordinare il quotidiano on line. Rosa, romana, è appunto assente, così che Sarah tutto il giorno corre dietro a tizio e caio, fa il menù del giornale e lima il suo italiano, perché lei è parigina e quando dice che «lo sciopero è stato ricondotto» noi la guardiamo perplessi. Quanto a Eleonora, un’altra calabrese [è un’invasione], lei coordina se stessa e non è mica facile, perché il suo compito è rincorrere comitati, movimenti locali, associazioni e pazzi che vogliono le spiagge libere, i parchi senza cemento, le coste senza rigassificatori, e così via. Poi c’è Graziano, redattore dell’«Ozio»: non nel senso che è pigro, ma che mette in pagina cinema, libri, teatro [la sua passione che rischia ogni settimana di debordare], musica, ecc.

Vi state annoiando? Coraggio, l’elenco dei redattori è già finito, non siamo molti. Restano i grafici e i triveneti e i «sitisti». Lorenzo, Antonella e Luca si occupano di tramutare in «impaginato», nonché «illustrato», articoli e reportage. I primi due «so’ ragazzi», lei foggiana e lui romano [molto], per di più centrosocialisti [il loro luogo si chiama Strike], e hanno imparato presto il mestiere. Luca è un po’ più navigato, però è molto gentile.

Di Gianni, Riccardo e Chiara, che hanno aperto la prima redazione di Carta all’estero [a Mestre] e fabbricano CartaQui est nord [dell’edizione laziale si occupa Anna], dirò solo che, potendo, scriverebbero solo di paesaggi, Mose e questioni ambientali, a parte Chiara, che quando racconta dei No Dal Molin scrive continuamente «noi». Monica, Fausto e Marco [un Marco del tutto diverso dall’altro] dedicano frammenti delle loro giornate a far sì che il sito di Carta funzioni.

Un gruppo di redattori, se anche fossero bravissimi [e non è il nostro caso], per pubblicare, far circolare, amministrare, mandare agli abbonati, offrire in manifestazioni e incontri, riempire di pubblicità [rigorosamente etica] il loro lavoro hanno bisogno di altre persone. Come Barbara e Raffaella [amministrazione]; Cinzia, Andrea e Federico [edicole, abbonamenti, promozione, bottega on line, banchetti in giro, ecc.]; Gabriele [pubblicità]; Francesco [spedizioni, banchetti, ecc.].

Tutte persone scarsamente professionalizzate, in partenza, che imparano alla svelta e sono affezionate a quel che fanno.

Il «costo del lavoro», benché equo e più o meno sufficiente ai bisogni delle persone [e famiglie], è il più basso–proporzionalmente–tra tutte le pubblicazioni italiane che conosciamo. Soprattutto in rapporto con la produttività. Ossia: cosa fanno queste persone? Beh, non è che siano sempre rose e fiori, tra noi, talvolta litighiamo, altre volte semplicemente non siamo d’accordo, altre ancora gli orari [secondo me] lasciano a desiderare, perché non esiste una disciplina ma semmai un invito ad essere puntuali, e insomma i problemi non mancano. Ma, con tutto questo, ogni martedì entro sera mandiamo in tipografia il settimanale, ogni lunedì pomeriggio le due edizioni locali, ogni mese Carta Etc. [la rivista-supplemento mensile], ogni giorno entro le 17 il quotidiano on line, a intervalli irregolari produciamo e alleghiamo un libro o un dvd, e adesso abbiamo da governare la nuova sede [con la sala da cento posti e multiuso: inaugurazione con festa prima di Natale].

Basta? Macché. Il tipo di informazione che facciamo presuppone quel che una volta si chiamava «lavoro politico » e adesso non so più. Non abbiamo mai mancato un Forum sociale mondiale, Anna faceva la pendolare con Genova tra il febbraio e il luglio del 2001 e, solo nell’ultimo periodo, abbiamo ospitato qui da noi la segreteria organizzativa del 20 ottobre [più riunioni e viaggi], partecipiamo a iniziative come il controvertice sull’energia [più mensile sull’argomento], alla Genova di quest’anno [riunioni e viaggi], alla manifestazione per l’acqua [uno spazio settimanale fisso], saremo ovviamente a Vicenza in dicembre, questa settimana partecipiamo all’assemblea nazionale del Nuovo Municipio… Potrei continuare, ma lasciamo stare.

In più c’è l’associazione Cantieri sociali, che non è più solo la detentrice – moralmente e politicamente, perché da un punto di vista formale siamo costretti a fare una cooperativa di soli giornalisti – della quota maggioritaria del «capitale» di Carta, ma sta cominciando a vivere di vita propria, grazie ad Andrea, Sergio, Elisabetta, Valter, Gianni, Nino, Milvo, Raffaella ecc., e quindi organizza incontri e «cantieri», come quelli di questo sabato nel Friuli e in gennaio a Napoli.

Nei prossimi mesi soprattutto organizzeremo insieme – Carta e Cantieri sociali e molti altri – un «Cantiere dell’altra politica» il più ambizioso possibile [domanda: c’è vita dopo il Novecento?].

Ma insomma, queste cose le scriviamo già. Il punto qui è un altro: questi personaggi che storia stanno interpretando? Cosa siamo o vorremmo essere?

Siccome siamo tra amici, lo dirò in modo diretto: vogliamo essere una «istituzione del movimento». Questa espressione, che pare un ossimoro, va un po’ sbrogliata. «Movimento» comprende tutto ciò che concorre a costruire il «nuovo paradigma politico», come lo chiama Marco Revelli: culture, modi di organizzazione e del conflitto, proposta e sperimentazione di altri stili di vita e di un’altra economia, una democrazia adatta al nuovo secolo.

«Istituzione» sia nel senso che Carta vuol diventare un pezzo permanente del panorama, qualcosa cioè di cui non ci si debba chiedere «reggerà, e fino a quando?», sia nel senso che cerchiamo di essere un interlocutore che certo ha una sua fisionomia ma di cui tutti si possano fidare, perché sanno che pensiamo alla pluralità come all’ingrediente essenziale dell’altra politica.

E in questo secondo senso della parola «istituzione» penso di poter dire che siamo a buon punto: molti e diversi ci interpellano, e in qualunque cosa ci ficchiamo i nostri partner sanno che non stiamo facendo concorrenza a nessuno.

Il lato più debole della faccenda è l’altro: la solidità. Esistiamo da ormai nove anni e se all’inizio avessimo immaginato di trovarci a questo punto, ci saremmo scambiati pacche sulle spalle, tale era la fragilità [economica] e la bizzarria [culturale] di quel che stavamo tentando. Però siamo molto poveri. Quel che facciamo, produciamo, vendiamo, più il contributo della legge per l’editoria, basta appena a sostenerci, anzi ogni anno conteggiamo un deficit modesto ma implacabile.

Ed ecco il punto. Sommati tutti insieme, i deficit degli ultimi anni sono tali che quest’anno rischiamo seriamente di non ottenere la certificazione del bilancio della cooperativa, con il che perderemmo i soldi della legge per l’editoria, e dunque chiuderemmo baracca. Noi siamo convinti che Carta–settimanale e mensile, sito e libri [per il quali abbiamo un debito di riconoscenza con Attilio Wanderlingh, editore napoletano di Intra Moenia–hanno un pubblico potenziale molto più vasto di quello che in effetti raggiungiamo: semplicemente, però, non abbiamo i soldi per raggiungerlo. Possiamo solo sopravvivere, cercando di allargare piano piano il cerchio e facendo cose molto rischiose, come prendere una sede che costa più del doppio di quella di prima e ha comportato grandi spese per ristrutturarla.

Sappiamo quel che si dovrebbe fare per rafforzarci, e ci proviamo. Ad esempio: il settimanale è quasi introvabile in edicola perché stampiamo poco, per non avere un debito insostenibile con lo stampatore. Se avessimo un po’ di quattrini, potremmo investirli in un miglioramento radicale del giornale [ciò che stiamo facendo, ma a costo zero], in tirature più alte e in una campagna che dica: siamo tornati nella vostra edicola e siamo nuovi, comprateci per qualche settimana, non vi pentirete, e allo stesso tempo potremmo analizzare con cura [con ispettori città per città] come va nelle singole edicole, come si comportano i distributori locali, ecc. Faremo anche questo, ma contando solo sull’aiuto volontario di qualche amico. O ancora: abbiamo fatto una gran fatica a rinnovare il sito e a varare il quotidiano on line [le visite sul sito sono triplicate di colpo, un’enormità], ma ora dovremmo avere l’agio di farlo sapere in giro, di migliorare il giornale, di avere più persone che cercano la pubblicità anche on line. Eccetera.

Per arrivare al sodo, e avendovi offerto–credo–ogni informazione utile a capire a che punto siamo, dirò che il nostro «capitale sociale» siete voi. Carta, la cooperativa, è nata grazie a duecento persone o gruppi che ci hanno regalato, nel 1999, ciascuno una «quota» da 500 euro. E siamo riusciti a stabilizzare il settimanale, l’anno dopo Genova, grazie ad altre duecento «quote». Non un centesimo è andato sprecato. Ma adesso abbiamo bisogno urgente di duecento o più quote, ossia 100 o meglio 150 mila euro.

Ci siamo naturalmente rivolti prima di tutto ai vecchi soci, chiedendo loro se hanno voglia o possibilità di replicare e le prime risposte sono confortanti. Poi spediremo lettere a molte persone che pensiamo possano o vogliano associarsi. A tutti diciamo che una «quota» può essere collettiva, anche cinquanta persone che versino 10 euro ciascuna, in una città o su una certa tematica, e anche usandoci come mediatori, scrivendoci e proponendo ad altri di contribuire a quella certa «quota ».

A chi vuole partecipare all’associazione Cantieri sociali, i nostri compagni stanno dicendo che un gruppo locale può cercare di arrivare ai famosi 500.

Parleremo anche con i partiti della sinistra, Rifondazione, Sinistra democratica, Comunisti italiani e Verdi, per chiedere loro se credono – in concreto – che una tale esperienza vada sostenuta. Ci rivolgeremo ai sindacati. Alle grandi associazioni e a quelle piccole. Diciamo anche: se prendete una «quota» vi diamo un abbonamento annuale al giornale, omaggi inclusi. Ma, a dirla tutta, se non avete i soldi per una «quota» e però vi abbonate o regalate un abbonamento a un amico o a una associazione o a un detenuto, come raccontiamo in queste pagine, saremo lo stesso contenti.

In fondo, dipendere dalla generosità altrui ha sempre avuto un significato molto concreto, per noi. Se la risposta è sì, allora quel che stiamo facendo ha un senso.

Altrimenti, ci metteremo l’animo in pace: qualcun altro, non sappiamo quando, farà quel che non siamo riusciti a fare noi.

Questa, alla fine, è la domanda che ci poniamo: io che ne ho scritto qui, e Anna, Marco, Enzo, Gianluca, Giuliano, Sarah, Rosa, Eleonora, Graziano, Lorenzo, Antonella, Luca, Gianni, Riccardo, Chiara, Barbara, Raffaella, Cinzia, Andrea, Federico, Gabriele, Monica, Fausto, Marco e Francesco [il quale aveva i capelli rasta e adesso si è rasato quasi a zero: vorrà dire qualcosa?].

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia