Beh, buon anno, bentornati, ecc. Non c’è niente di male, a gettare solo un occhio distratto, mentre si festeggia con gli amici, ai telegiornali che esondano di pachistani per le strade, keniani che si ammazzano, napoletani che protestano brandendo i sacchetti per la raccolta differenziata [che non si fa], Napolitano che pronuncia la parola «crescita» tre volte in una frase e Prodi che rivendica un Pil più grosso di quello spagnolo, bollettini di guerra sull’euforia di Capodanno e sugli esodi autostradali, «ecopass» milanesi che selezionano gli inquinatori in base ai «danè». Però oggi è il 3 gennaio. Il manifesto, come ha scritto Gabriele Polo, si appresta a «rottamare» la storica sede di via Tomacelli [così a uno che ci ha passato più di vent’anni viene il magone] e a presentarsi con un giornale rinnovato. Carta, nel suo piccolo, dopo aver aperto la nuova sede, dopo aver battezzato il quotidiano on line [riprenderà lunedì prossimo], si appresta a sua volta a rifare del tutto il settimanale [18 gennaio in edicola] e conta le «quote» raccolte entro il 31 dicembre: ce ne servivano almeno 200 per poter presentare un bilancio che stia a galla, la somma finale sarà nei prossimi giorni sul sito.
Ma c’è un nesso, tra i grandi eventi e la vita di giornali come i nostri? Talvolta, anche a chi li fa viene voglia di dirsi «ma a che serve?» [parlo per me, naturalmente]. Siamo sepolti di carta patinata e di quotidiani-supermercato che costano un euro, di giornali «free press» che di «free» hanno solo il prezzo, perché sono gratis; siamo circondati di satelliti e televisioni, di internet e posta elettronica. E se la sinistra politica non si rinnova, perché dovrebbero poter re-inventarsi giornali poveri, fatti da persone pagate male, che per di più continuano a chiedere aiuto, soldi, tempo, ai loro lettori, chiamati ad essere non consumatori ma aiutanti, informatori, critici e insomma un mucchio di compiti che fanno fatica? La domanda è ovviamente retorica, visto che Carta lo facciamo e ri-facciamo, il sito pure, e tra le altre cose c’è il libro in uscita a gennaio che narra la imprevedibile storia di una valle chiamata «di Susa» che diventa «d’Italia» [nel senso che di «valsusini» s’è riempito il paese, da Vicenza a Noto]. Però è una domanda che fa bene alla testa e al cuore, all’inizio di un nuovo anno che finisce con 8 come il ’68 [anche la danza della pioggia qualche volta serve]. E’ una domanda che fa bene a chi li fa, questi giornali, e a chi li usa. Perché l’informazione è una cosa complicata, e anche dove sembra di poter trovare tutto, nei super-media, a guardar bene si trovano grandi buchi. Prendiamo il Kenya. Due settimane fa ce ne hanno parlato perché dei rapinatori avevano ucciso – orribile episodio – un lavoratore del turismo italiano, che laggiù ha messo radici di cemento. Di colpo, senza che nulla aiutasse a capire il contesto, vediamo gente impazzita che brandisce coltellacci e leggiamo di 100, anzi 150, chissà quanti morti ammazzati. Poi, finalmente, i media si sono accorti di padre Daniele Moschetti, il comboniano di Korogocho, favela-discarica della capitale del Kenia, e di quel che si trova sul suo sito. Si chiama www.korogocho.org e visitandolo si capisce molto di quel che accade. Padre Daniele è da sempre il punto di partenza di un giornale come Carta, e altri come noi, per fare la nostra informazione. E per stabilire una comunicazione, che è assai più importante. Bene, moltiplicate questo esempio per alcune migliaia e otterrete quel che i giornali poveri, ma «free» sul serio, possono fare. Buon anno a tutti noi.






