Terrorismo uzbeko e pax americana

Gli ultimi giorni hanno visto un riacutizzarsi dell’ondata terroristica in Asia Centrale: epicentro del fenomeno è stato l’Uzbekistan. Tra domenica e lunedì diversi attentati hanno colpito prima la storica Bukhara e poi la capitale Tashkent. In particolare, lunedì mattina, a quanto sembra, due kamizake donne si sono fatte esplodere nel mercato vecchio di Chorsu, il più importante bazar cittadino, causando diciannove morti. Infine, una retata della polizia ha portato alla morte di venti terroristi nella giornata di martedì. Ovviamente la situazione è di grandissima tensione.
Per capire cosa sta accadendo bisogna però fare un salto indietro di alcuni anni. L’Uzbekistan è diventato indipendente dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Il suo presidente, da allora, è Islam Karimov, ex direttore del Gosplan (il super ministero della pianificazione statale in epoca sovietica) ed ex membro del Comitato Centrale del PCUS. Ovviamente, da allora Karimov è divenuto un acerrimo anticomunista ed un acceso nazionalista, preoccupato di allontanare il più possibile il suo paese dalla Russia. L’Uzbekistan non è una democrazia: i partiti di opposizione sono messi al bando, a parte insignificanti eccezioni. Karimov controlla tutti i gangli vitali dell’amministrazione pubblica, i media e la polizia, e vince regolarmente quelle che difficilmente si possono definire elezioni con oltre il 90 per cento dei voti.
I giornalisti scomodi e gli oppositori politici vengono nel migliore dei casi torturati quando non direttamente uccisi. Perfino agli investitori occidentali vengono saltuariamente confiscati tutti i beni che devono obbligatoriamente versare in conti uzbeki. La polizia è corrotta oltre i livelli già allarmanti degli altri paesi ex-sovietici e se vi capita di andare in giro per le strade di Tashkent avrete più ragione di temere di essere fermati dai poliziotti che non da dei rapinatori non in divisa verde.
“Stranamente” però, il Paese è uno dei protetti di Washington. Evidentemente incurante di dettagli come il rispetto dei diritti umani e la democrazia, che vorrebbe diffondere a suon di bombe in tutto il mondo, l’amministrazione Bush (e quella Clinton prima) considera l’Uzbekistan un alleato strategico in Asia Centrale. Prima contro la Russia, ora contro il terrorismo. Karimov vanta ottime credenziali in entrambi i casi: antirusso da sempre, o meglio dal 1991, e in guerra con i terroristi islamici da metà degli anni Novanta. La guerra in Afganistan, è il caso di dirlo, è stata una manna sia per lui sia per gli Americani. Questi ultimi, sfruttando il pretesto di invadere Kabul sono riusciti finalmente ad installare i propri soldati nell’area ex-sovietica in Asia Centrale. Karimov ha invece colto l’occasione per presentarsi come affidabile politico anti-terrorista invece che nel suo vero aspetto di truce dittatore, divenendo così un partner privilegiato di Washington. Ed ora ha buon gioco nel parlare, a proposito degli ultimi attentati, di complotto ordito all’estero contro il suo governo.
In realtà, il terrorismo in Uzbekistan era cominciato da prima che Al-Qaida cominciasse a far parlare di sé. Già nel 1999 una serie di bombe aveva devastato Tashkent, quasi riuscendo ad uccidere il “sultano” Karimov. Da allora egli vive nel terrore, blindato tra il palazzo presidenziale e la sua residenza, facendo chiudere le strade per cui passa. Gli accusati sono i militanti del Miu (Movimento Islamico uzbeko), il cui obiettivo dichiarato fino a qualche tempo fa era proprio l’abbattimento di Karimov; ora le loro richieste si sono radicalizzate, fino a dichiarare di voler fondare uno stato islamico unitario in tutta l’Asia Centrale. Oltre a loro, sul banco degli imputati siede il gruppo fondamentalista Hizb ut-Tahrir, che invoca la nascita di uno Stato in cui sia applicata la Sharia. Nessuno però sa se siano stati veramente loro i reali attentatori, oggi come nel 1999. Una resa dei conti tra le varie cricche di potere del Paese non è da escludere.
Il problema è che l’Uzbekistan, se non in parte nella mitica valle di Fergana, non è un paese storicamente incline al fondamentalismo religioso. Già nel glorioso passato della via della seta, Samarcanda, che in realtà di uzbeko ha poco, essendo principalmente di etnia tagika, era forse il principale centro culturale dell’Islam, intellettualmente aperto e cosmopolita. Non sorprenderà che l’unica moschea ad avere un mosaico rappresentante esseri viventi (animali), cosa proibitissima dalla tradizione islamica, sia nel Registan di Samarcanda. Inoltre settant’anni di ateismo di Stato sembrano in parte aver funzionato. Le donne vestivano a Tashkent in maniera non diversa che a Mosca, i diritti erano ovviamente eguali. La dittatura di Karimov garantirebbe in realtà tale tolleranza. Ma l’estrema povertà in cui vive la maggior parte della popolazione e la totale inesistenza dei più elementari diritti civili hanno acceso la scintilla del fondamentalismo. Come in tutto l’Islam, la religione offre la speranza di una vita migliore. La risposta, ottusa, del regime, ha solo peggiorato le cose. I parenti di coloro che sono sospettati di essere guerriglieri vengono imprigionati e torturati, la repressione è massiccia. Il risultato è che le adolescenti uzbeke, seppure ancora a volto scoperto, riscoprono i lati peggiori del delle letture estremistiche della sharia: divieti, sanzioni, matrimoni combinati. Cose inaudite, fino a dieci anni fa.
Washington però tiene in piedi Karimov, bastione contro la rinascita islamica (e contro le spinte revanchiste russe). Gli Uzbeki si sentono estranei a casa loro. Il novanta percento dei russi che vivevano in Uzbekistan se ne sono tornati in Russia, mentre in pratica non esistono più matrimoni misti. Le frontiere sono chiuse, per paura dei terroristi, ufficialmente. Ma anche perché le relazioni con gli altri Stati dell’Asia Centrale sono pessime. Le indicazioni per strada e sul metrò sono state traslitterate dal cirillico ai caratteri romani, con il brillante risultato che sono diventate illeggibili per la maggioranza della popolazione. Lo studio del russo è fortemente disincentivato. Presto per parlare con un kirghizo o un kazako si userà l’inglese!
Tra imperialismo americano e russo e rinascita islamica, per l’Uzbekistan i guai sembrano essere appena cominciati.

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